non solo dazi

Trump va alla guerra sui mercati dei capitali: delisting dei colossi cinesi da Wall Street

Non solo dazi: il tycoon vorrebbe un delisting d'autorità di grandi società di Pechino oggi quotate sulle piazze americane e l'imposizione di barriere a ulteriori progetti cinesi di attingere ai mercati dei capitali Usa

di Marco Valsania

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4' di lettura

NEW YORK - Nella guerra sovente guerreggiata e a volte patteggiata con la Cina, l'amministrazione Trump adesso attacca su un nuovo fronte. È pronta a trasferire il conflitto commerciale direttamente sui parterre di Wall Street. E per combatterlo a mobilitare l'equivalente di un arsenale atomico nella finanza. Vuole prendere di mira tutti i flussi di investimenti verso Pechino, un obiettivo finora solo accarezzato. E con assalti davvero draconiani: in discussione é un delisting d'autorità di grandi società di Pechino oggi quotate sulle piazze americane e l'imposizione di barriere a ulteriori progetti cinesi di attingere ai mercati dei capitali per eccellenza, quelli a stelle e strisce.

Limiti agli investitori istituzionali
Altre misure considerate sarebbero rivolte a circoscrivere la possibilità di fondi pensione e investitori istituzionali americani di scommettere su aziende cinesi, limitando la loro presenza in indici azionari a gestione statunitense compresi quelli globali targati MSCI. Ai pension fund governativi potrebbe essere del tutto vietata una esposizione ad azioni cinesi. In gioco, se questi o simili provvedimenti scattassero, finirebbero miliardi di dollari, tra investimenti nei grandi indici che contengono titoli internazionali e scommesse su singole azioni cinesi da parte di colossi della finanza Usa.

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La Cina a Wall Street
Abbastanza perché un simile intervento rappresenti una escalation senza precedenti nello scontro tra le due potenze economiche. Ben 156 aziende cinesi sono già quotate al Nasdaq o al Nyse, spesso attraverso ADR, tra le quali undici sono colossi di stato, forti di una market cap complessiva da 1.200 miliardi di dollari. L'amministrazione ha già emesso di recente nuove norme applicative attraverso il Tesoro per il Foreign Investment Risk Review Modernization Act, intese a vietare che società straniere possano assumere eccessivo controllo di informazioni delicate grazie investimenti quali in gruppi americani quali quote di minoranza.

Annunci, provocazioni o minacce?
Ha inoltre messo al bando da legami di business con aziende Usa grandi società cinesi quali Huawei. Il nuovo giro di vite ipotizzato rappresenterebbe un salto di qualità sui mercati dei capitali. Il significato resta da verificare: scatterebbe alla vigilia teoricamente di incontri bilaterali ad alto livello programmati per il 10 e 11 ottobre. Questo ha fatto supporre che per Trump si possa trattare di una minaccia piu' che d'un reale progetto, inteso anzitutto ad aumentare le pressioni su Pechino perché accettino compromessi più favorevoli alla Casa Bianca.

Ma le provocazioni - se si tratta anzitutto di provocazioni - possono sfuggire di mano. E nei ranghi dell'amministrazione e al Congresso simili idee tra i falchi commerciali circolano da tempo, rendendole possibili. L'obiettivo strategico appare impedire che capitali americani finiscano a finanziari progetti di Pechino avversati da Washington, quali l'espansione dell'apparato tecnologico-militare e i piani industriali di Made in China 2025.

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I limiti dell’embargo finanziario
Non é chiara, come spesso accade nelle mosse di Trump, la strada concreta con la quale potrebbe procedere la Casa Bianca per orchestrare questo embargo della finanza ai danni delle aziende di Pechino. A giugno, tuttavia, nel Parlamento Usa é già stata introdotta una proposta di legge bipartisan (sponsorizzata anzitutto dal senatore repubblicano Marco Rubio) che forzerebbe proprio un delisting di gruppi cinesi qualora non accettino di sottoporsi a tutte le supervisioni e controlli prescritti dalle autorità di regolamentazione, fornendo in particolare accesso ai ogni documento di revisione contabile. Pechino ha finora resistito simili richieste, facendo leva su ragioni di sicurezza nazionale per una serie di imprese.

Più in dettaglio, gli americani accusano i gruppi cinesi di inadeguata trasparenza perché classificherebbero ad arte una serie di rapporti dei revisori dei loro conti alla stregua di segreti di stato e vietano anche il trasferimento di simile documentazione fuori dalla Cina. “é una priorità per l'amministrazione - ha detto una fonte vicina alla Casa Bianca nell'illustrare l'argomentazione formale alla base dell'intervento che viene adesso discusso - Le società cinesi che non si assoggettano ai requisiti richiesti dal Pcaob (Public Company Accounting Overshight Board) pongono un rischio per gli investitori statunitensi”. L'artificio per mettere all'angolo le aziende cinesi sarebbe insomma la necessità di proteggere i risparmiatori americani da eccessivi pericoli nascosti nei bilanci corporate della potenza asiatica.

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L’opacità cinese
Se l'obiettivo di una maggior trasparenza cinese é condiviso anche da molti business americani, gli strumenti aggressivi sfoderati per perseguirlo sollevano serie preoccupazioni. A dimostrazione dei timori di traumi che possono derivare per società e mercati dalla escalation di una nuova guerra finanziaria, gli indici a Wall Street hanno oscillato nervosamente fin da venerdì, quando sono emerse le prime indiscrezioni sulle nuove offensive. Colossi cinesi del calibro di Alibaba, Baidu, JD.com e Tencent, hanno battuto in ritirata. Non solo. Reazioni nervose sono filtrate anche dalle sale delle borse americane.

Operatori hanno suggerito come potrebbe essere molto difficile bloccare legalmente l'accesso ai mercati dei capitali statunitensi in assenza di specifiche violazioni che le borse stesse dovrebbero contestare e contro le quali aziende nel mirino potrebbero presentare ricorso. E se questo “embargo” diventasse possibile, la paura é che causi gravi danni per gli stessi investitori americani esposti. Il Nasdaq ha emesso un vero e proprio comunicato mettendo in guardia da politiche azzardate che influiscano sui capital markets: “Una qualità essenziale dei nostri mercati dei capitali é quella di fornire un accesso corretto e non discriminatorio a tutte le società qualificate. L'obbligo per statuto di tutte le piazze azionarie statunitensi é di creare un mercato vitale che offra diverse opportunità di investire agli investitori americani”.

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