crisi politica

Tunisia, quarta notte di scontri e caos, oltre 600 arresti. Schierato l’esercito

Dieci anni dopo la Rivoluzione dei gelsomini una grave crisi politica ed economica affligge il Paese. Pesanti ritardi nell’emergenza Covid

di Redazione Esteri

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3' di lettura

Scontri e arresti in Tunisia. Quattro notti di caos e disordini nel Paese nordafricano, in coincidenza con l'anniversario della cacciata del dittatore Zine el-Abidine Ben Ali e della Rivoluzione dei gelsomini. Sono stati riportati scontri tra gruppi di giovani, anche minorenni, e forze di sicurezza in molte città della Tunisia, nonostante il lockdown.

Le autorità tunisine hanno arrestato 632 giovani, in gran parte minori, con l'accusa di atti vandalici. La polizia ha schierato rinforzi in molte città per impedire a questi gruppi di manifestanti di danneggiare edifici pubblici e proprietà private.

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Nella serata di lunedì, nonostante la durissima risposta delle forse dell’ordine, sono ripresi con il calar della sera disordini e scontri tra gruppi di giovani e forze di sicurezza in alcune città della Tunisia. Cité Ettadhamen, Mnihla, La Manouba, sobborghi popolari della capitale, Kram ma anche Beja, Kasserine, Sfax, Sousse e Monastir le località interessate dalle tensioni che hanno visto nuovamente le forze dell'ordine far uso di gas lacrimogeni.

Si tratta della quarta serata di disordini, tuttavia di minore intensità rispetto ai giorni precedenti e con le forze dell'ordine che sembrano controllare la situazione. Il ministero dell'Interno ha di fatto escluso motivazioni politiche nel comportamento di questi giovani e giovanissimi, dichiarando che il loro fine principale è il saccheggio di proprietà e beni altrui. “Non si tratta di manifestazioni ma di atti vandalici” ha detto il portavoce del ministero dell'Interno, Khaled Hayouni, sottolineando come molti minorenni coinvolti in queste azioni siano stati fermati.

Il presidente Saied: no a strumentalizzazioni

Il presidente tunisino Kais Saied, in visita oggi al quartiere popolare di Errafeh, a Mnihla, nel governatorato dell'Ariana, ha ribadito il diritto del popolo tunisino al lavoro, alla libertà e alla dignità nazionale, invitando a non violare l'integrità fisica e la proprietà delle persone. Lo si legge in una nota della presidenza, che sottolinea come Saied abbia messo in guardia i cittadini contro la “strumentalizzazione” della miseria e della povertà dei giovani che stanno protestando, affermando che “coloro che manipolano i giovani e si muovono nell'oscurità mirano a diffondere il caos tra la gente”. “La gestione degli affari pubblici non dipende dalla realizzazione di alleanze e manovre politiche, ma si basa piuttosto su valori morali e principi costanti”, ha detto il presidente aggiungendo che il caos non può in alcun modo servire gli interessi nazionali. La visita di Saied a Mnihla si è svolta in un contesto teso segnato da violente proteste notturne, accompagnate da scontri tra giovani e forze di sicurezza. Proteste scoppiate in diverse regioni del Paese dal 14 gennaio.

La Rivoluzione dimenticata

Dieci anni dopo, resta poco della “Rivoluzione dei gelsomini”. Un sondaggio rivela che il 58% dei tunisini ritiene si stesse meglio quando si stava peggio, il 28% si sente frustrato, l'84% odia tutti i politici e solo il 2% onora ancora la memoria di Mohamed Bouazizi, attivista simbolo delle sommosse popolari che si diede fuoco nel 2011. Il decimo anniversario della prima delle Primavere, quelle che poi si estesero all'Egitto di Mubarak, alla Libia di Gheddafi e alla Siria di Assad, non è una festa: il Paese è in lockdown dal Covid, l'economia è colpita dalla crisi e il dispiegamento delle forze è ampio. Tre giorni di scontri, sassaiole e lacrimogeni da Tunisi a Sousse, da Hammamet a Tozeur, da Monastir a Djerba, migliaia di giovani in piazza e bande di ragazzini a saccheggiare negozi, case, banche, anche un canile comunale.

I ritardi sul vaccino

Il governo è in grave ritardo sull'emergenza Covid e, a differenza che nei vicini Marocco ed Egitto, i vaccini non sono ancora arrivati. Sono stati fissati quattro giorni di totale lockdown, proprio giovedì 14, tanto da rendere spettrale l'Avenue Bourghiba di Tunisi, di solito molto frequentata. Più che il fallimento del nono governo in dieci anni, è il fallimento dello Stato. Il premier Hichem Mechichi promette il rimpasto di dodici ministri, a partire da quelli dell'Interno, dalla Sanità e della Giustizia, ma per il 68 per cento dei tunisini dovrebbero andarsene a casa lui e tutti gli altri.

Le riforme mancate

L'assenza di riforme, la mancanza di prospettive, il terrorismo, la crisi della vicina Libia: i troppi fallimenti del dopo Ben Ali pesano sulle conquiste della Rivoluzione – dalla nuova Costituzione alla libertà di parola, dalle elezioni al premio Nobel della pace – che tutto il mondo ha riconosciuto alla Tunisia.L'Associazione tunisina dei giovani avvocati accusa le tre presidenze (del Governo, del Parlamento e della Repubblica) di essere all'origine dei problemi e di non fare nulla per affrontarli. Anche uno dei sindacati studenteschi, l'Unione Generale degli Studenti universitari della Tunisia (Uget), di sinistra, si è schierato a favore delle proteste.

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