la riapertura dei mercati

Turchia, la crisi della lira aumenta incertezza e volatilità sulle Borse

di Vittorio Carlini


Erdogan avverte Trump: siamo pronti a cambiare alleati

4' di lettura

Lo spread tra il BTp decennale e il corrispettivo Bund, lo scorso venerdì 10 agosto, ha chiuso in rialzo a 268,8 punti base. Le Borse europee, dal canto loro, hanno archiviato la seduta un po’ tutte in ribasso. La causa di questi andamenti? «La crisi turca» è la risposta in coro degli esperti. Già, la crisi turca. Ma si tratta di una situazione che può impattare, anche più sul medio periodo, i mercati?

GUARDA IL VIDEO: Erdogan avverte Trump: pronti a cambiare alleati

Le variabili macroeconomiche

La risposta è articolata. In primis gli economisti ricordano che l’eventuale caduta in recessione di Ankara potrebbe essere un “problema” soprattutto per l’Eurozona. «L’area dell’Euro -ricorda Carsten Hesse di Berenberg - ha un buon surplus commerciale con la Turchia. Lo scorso anno le esportazioni verso quello Stato sono valse circa 63 miliardi mentre le importazioni hanno raggiunto il valore di 50 miliardi». Questo “legame” commerciale, tuttavia, non dovrebbe avere una valenza così significativa nel caso la crisi finanziaria si acuisse. «Nell’ipotesi - riprende Hesse - in cui il Paese cadesse in recessione , con un calo dell’export fino al 30%, l’impatto sulla crescita del Pil dell’Eurozona sarebbe al massimo dello 0,15%». Insomma, si tratterebbe di una frenata limitata. Non solo. Capital Economics, in un suo report, sottolinea che «l’esposizione straniera al mercato finanziario locale è modesta». È vero infatti che «gli operatori non-residenti detengono circa il 60% del debito pubblico. Questo, però, è solo il 30% del Pil del Paese». Come dire, cioè, che si tratta di una cifra non elevata.

Il tema delle banche
Ciò detto, l’eventuale catena di trasmissione di volatilità sui mercati può invece individuarsi (al solito) nel sistema bancario. Il Financial Times ha pubblicato un articolo in cui ha dato notizia del “faro” aperto dalla Bce sulle banche europee maggiormente esposte alla Turchia. Gli operatori, adepti dei “cani di Pavlov”, hanno venduto i titoli degli istituti di credito. Tanto che lo Stoxx europe 600 banks ha perso (il 10/8/2018) l’1,97%. A Piazza Affari il comparto bancario ha ceduto il 3,5%; in Spagna ha lasciato sul parterre il 3,4% e a Francoforte il 3,5%. Più contenuto, invece, il calo a Parigi (-2%). Si tratta di andamenti che sorprendono? Evidentemente no. «La reazione tuttavia - spiega Angelo Drusiani di Albertini Syz- ha un carattere più speculativo che fondamentale». Vale a dire? «Sulla Turchia da tempo c’è un clima di sfiducia. La notizia dei dazi imposti dagli Usa è stata, da un lato, l’enzima catalizzatore per la reazione che ha abbattuto la moneta locale; e, dall’altro, la “scusa” sfruttata dai ribassisti che, approfittando anche di mercati sottili, hanno venduto i titoli delle banche. In particolare, quelle italiane e spagnole». Il che pare un po’ esagerato. Certo: la crisi di Ankara ha un peso. L’eventuale default dei debitori degli istituti in oggetto potrebbe incidere sulla contabilità di questi ultimi. Tuttavia, a ben vedere, le esposizioni più rilevanti sono in capo a poche banche. Così è, ad esempio, per la spagnola Bbva che, al 30 giugno scorso, aveva in Turchia attivi creditizi per circa 47 miliardi. In generale, però, gli esperti non vedono il rischio-tsunami sui gruppi finanziari del Vecchio continente. Perché allora tante vendite?

I ribassisti
Ogni situazione ha le sue particolarità. Ciò detto un fil rouge è il nervosismo che caratterizza trasversalmente gli operatori. Prendiamo ad esempio l’Italia. Qui il movimento ribassista «è stato amplificato - afferma Drusiani - dalla diffidenza verso le possibili mosse economiche del Governo». Piaccia, o non piaccia, il rialzo dei rendimenti dei BTp, avviato da un po’ di tempo, è il maggiore premio al rischio che gli operatori pretendono rispetto al Belpaese. Il tutto in attesa di “toccare con mano” la nuova manovra finanziaria. In un simile contesto non può quindi stupire che la variabile turca abbia indotto il movimento di due giorni fa.

Il movimentismo di Trump
Ciò detto non è solo questione di Paesi mediterranei. A livello più globale il “movimentismo” di Donald Trump crea sempre più scompensi. «Ieri - ricorda Carlo Gentili ad di Nextam Partners- è toccato alla Turchia con i nuovi dazi. Domani chi sarà il prossimo?». Una situazione d’incertezza, che ha spinto all’insù il Vix in Europa e a Wal Street, poco amata dai mercati. A fronte di ciò, per non “sapere né leggere né scrivere”, gli operatori da un lato concretizzano un po’ di “fly to quality” (il rendimento del titolo Usa decennale è sceso al 2,87%); e dall’altro, mentre Fitch alza il rating sovrano della Grecia, sottopesano gli asset dei Paesi considerati meno forti.

I rischi geo-politici
Infine la politica e i flussi migratori. Diversi esperti ricordano che una recessione in Turchia potrebbe indurre molti migranti a tentare di lasciare il Paese. Se ciò accadesse le forze radicali di destra ( anti-europeiste e anti-euro), che già in diversi Stati hanno o preso il potere o aumentato la loro popolarità, ne trarrebbero beneficio. Di nuovo un elemento di instabilità per l’eurozona e per i mercati.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...