il voto sul bosforo

Turchia, Erdogan verso la riconferma. Ma l'opposizione è agguerrita

di Roberto Bongiorni


Turchia, 60 milioni di persone al voto

3' di lettura

A Istanbul l'immagine di Recep Tayyip Erdogan è dappertutto. Sui muri delle strade, su lunghe file di piccole bandierine che tagliano strade e piazze, perfino su giganteschi teli che ricoprono interi edifici. L'uomo al potere in Turchia da 15 anni è onnipresente. Quasi sempre ritratto con lo sguardo che si perde all'orizzonte e sotto uno slogan: «Per una Turchia forte, un uomo forte». Ai suoi rivali sono rimaste solo le briciole. Individuare il manifesto del suo rivale, l'ex professore di fisica Muharren Ince, è meno facile. Il suo slogan è più sobrio. «Una presidente per tutta la Turchia».

Se il numero dei manifesti elettorali di un candidato offrisse un'indicazione attendibile su chi vincerà le elezioni, allora il voto di domani sarebbe la cronaca di un plebiscito annunciato a favore dell'attuale presidente, Erdogan, e il suo partito l'Akp. Ma non è così. Nelle elezioni più importanti nella storia recente della Turchia non sono esclusi colpi di scena. Lo conferma la manifestazione oceanica avvenuta a Istanbul, l'ultimo comizio di Ince, ex insegnante di fisica prestato alla politica, avvenuto ieri nell'area di Maltepe, sulla sponda asiatica della metropoli sul Bosforo. Il traffico nella zona è rimasto completamente bloccato e la gente ha continuato a defluire per molte ore dopo la fine del comizio. La polizia ha parlato di un milione di persone. «Domani si cambia», ha esclamato Ince davanti alla folla dei suoi sostenitori. Molti altri sostenitori di Erdogan hanno preso d'assedio il suo ultimo comizio.

Per la prima volta in un solo giorno si voterà per le elezioni presidenziali e per quelle parlamentari. Non solo. In virtù del referendum costituzionale elettorale approvato nell'aprile del 2017 (fortemente voluto da Erdogan) la Turchia si trasformerà in una sorta di repubblica presidenziale in cui il presidente avrà poteri forti, molto più forti.

Gli sfidanti
Con quale Turchia si sveglieranno lunedì mattina i 50 milioni di elettori iscritti nelle liste elettorali? Difficile dirlo, anzi difficilissimo. La competizione è particolarmente serrata. Soprattutto nelle elezioni parlamentari, dove il testa a testa tra la due coalizioni induce prudenza nei pronostici su chi avrà la maggioranza . In campo ci sono la coalizione guidata dal partito della giustizia e dello sviluppo (Akp, islamico-conservatore) di Erdogan che corre insieme con l'ultranazionalista Partito d'aziona nazionalista (Mhp), nell'altro c'è l'Alleanza della nazione, la coalizione dell'opposizione, questa volta coesa e determinata, che unisce il Partito repubblicano del popolo (Chp, social-democratico), il Partito buono (Iyi Parti, destra nazionalista) e il Partito della felicità (Saadet, conservatore).

Quanto alle presidenziali, Erdogan potrebbe anche non farcela ad ottenere il 50% dei voti al primo turno, e quindi potrebbe vedersi costretto a ricorrere al ballottaggio, l'8 luglio, dove resta comunque il candidato da battere.

Secondo i sondaggi Ince, il suo sfidante più accreditato è stimato in crescita sopra al 30 per cento. L'ex ministra degli Interni nazionalista, Meral Aksener, che sembrava potesse riscuotere molti più consensi, si troverebbe ben sotto il 20 per cento. Intorno al 10%, sempre secondo i sondaggi, ci sarebbe Selahattin Demirtas, leader curdo candidato dal carcere, dove si trova da un anno e mezzo con accuse di sostegno al Pkk che lui ha sempre negato.

Ma i sondaggi sono sondaggi, e in Turchia vanno presi con cautela.

La riforma costituzionale
Comunque andrà, il prossimo presidente della Turchia sarà un presidente con poteri molto più ampi. Il referendum approvato nell'aprile del 2017, solo nove mesi dopo il tentato colpo di stato contro Erdogan, abolisce la figura del Primo Ministro, e non prevede che il Gabinetto dei ministri debba rispondere al Parlamento. Il nuovo presidente avrà l'autorità per nominare i membri del Consiglio Superiore della Magistratura e i pubblici ministeri, oltre a quello di emanare ordini esecutivi - tranne in materia di diritti fondamentali e diritti politici. Potrà perfino restare capo del suo partito e scegliere i candidati al Parlamento. Avrà una serie di poteri anche sul budget.

La parola ora spetta ai 56 milioni turchi registrati nelle liste elettorali. Quasi tutti sanno bene quanto l'uomo che sceglieranno per guidare il loro paese nei prossimi anni si troverà davanti a tempi difficili. E a tante sfide. A cominciare da un'economia che rischia il surriscaldamento e comincia a mostrare segnali preoccupanti.

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