lotta all’inflazione

Turchia, il nuovo governatore Agbal alza subito i tassi al 15%

A meno di due settimane dalla nomina, il nuovo governatore ha attuato il rialzo dei tassi più consistente degli ultimi due anni. Boccata d’ossigeno per la lira

di Roberto Bongiorni

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Il neo governatore Naci Agbal

A meno di due settimane dalla nomina, il nuovo governatore ha attuato il rialzo dei tassi più consistente degli ultimi due anni. Boccata d’ossigeno per la lira


3' di lettura

Da almeno tre anni il nemico più tenace sul fronte interno con cui si trova a combattere il Governo turco è anche il più insidioso: l’inflazione. In un’economia che sconta diversi fattori di crisi, dalla mancanza di liquidità, soprattutto in valuta pregiata, passando per la disoccupazione e il deficit delle partite correnti, l’aumento del costo della vita era, e rimane, la massima priorità insieme alla svalutazione della lira turca. Ecco perché, a meno di due settimane dalla sua nomina, il nuovo governatore della Banca centrale, Naci Agbal, ha fatto quello che ci si attendeva da un tecnico, e quello che i mercati internazionali si auguravano: un deciso aumento dei tassi di interesse. Portando ieri quello a breve termine (sui pronti contro termine a una settimana) dal 10,25 al 15 per cento.

Stretta «forte e trasparente»

Non sembra ci fossero alternative. Anche perché le prospettive sono tutt’altro che rassicuranti. «Il Comitato ha deciso di attuare una stretta monetaria forte e trasparente al fine di eliminare i rischi alle prospettive di inflazione, contenere l’inflazione e ristabilire il processo di disinflazione», ha fatto sapere la Banca centrale, aggiungendo che la stretta «verrà sostenuta con decisione finché sarà raggiunto un calo permanente dell’inflazione».

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Si tratta del rialzo più consistente da due anni a questa parte. Ma va tenuto anche contro che nell’estate del 2019 i tassi sfioravano il 25 per cento. E che in meno di un anno, su pressioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, i tassi vennero abbattuti e portati all’8,25 per cento.

Ossigeno per la lira

Certo, il rialzo di ieri ha ridato ossigeno alla lira turca, che ha messo a segno un balzo del 2% a 7,56 per un dollaro. Un deciso miglioramento rispetto agli otto dollari per una Lira ma rispetto ai cinque dollari del 2018 il salto è impressionante.

Per un’economia industrializzata che deve importare, pagandole in dollari, molte delle materie prima che poi trasforma, e che deve pagare in dollari anche molta dell’energia che consuma (la Turchia importa dall’estero il 90% dell’energia utilizzata), l’inflazione è dunque il male maggiore. Nonostante non si trovi più al preoccupante 25% registrato nel novembre del 2018, il mese scorso si trovava ancora sul 12%, più del doppio rispetto all’obiettivo del Governo (5%). Con l’inflazione a due cifre, quest’anno il tasso di interesse ha così viaggiato sempre in territorio negativo.

Resa (temporanea) di Erdogan

Anche Erdogan, che considerava un rialzo dei tassi come «la madre e il padre di tutti i mali» sembra essersi arreso all’idea di una temporanea inevitabilità riguardo all’innalzamento dei tassi. Le misteriose dimissioni di suo genero, il ministro delle Finanze Berat Albayrak, ufficialmente dimessosi domenica 8 novembre per «motivi di salute», e le dimissioni, due giorni prima, del governatore della Banca centrale Murat Uysal (nominato soltanto 16 mesi prima), restano ancora un mistero. Ma non si poteva andare avanti così.

Il nodo delle riserve

La Turchia ha un disperato bisogno di valuta pregiata. Che invece continua a scarseggiare (in settembre le riserve in valuta estera della Banca centrale sono ulteriormente scese del 6,3% a 36,3 miliardi di dollari). Nell’ultimo anno l’Istituto centrale avrebbe iniettato sul mercato 100 miliardi di dollari per dare ossigeno alla lira, peraltro senza molto successo. Molte delle piccole e medie imprese che formano il tessuto di questa grande economia emergente si trovano in una situazione difficilissima. Vendono sul mercato interno incassando così in valuta locale ma sono indebitate in euro o in dollari, sovente con banche straniere.

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Negli ultimi 10 mesi la lira si è svaluta di quasi il 30% nei confronti del dollaro. Si tratta della peggior performance di una valuta dei mercati emergenti. Ora la vera priorità per Ankara è fare di tutto per evitare una fuga di capitali e riguadagnare la fiducia degli investitori stranieri. In quest’ottica un rialzo dei tassi era una scelta quasi obbligata.

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