GLI ARRIVI IN ITALIA

Turchia-Italia, l’allarme di Frontex: +193% di sbarchi rispetto al 2016

di Marco Ludovico

(AP)

3' di lettura

Sono già oltre 3mila dall’inizio dell’anno, un record. La rotta turca dei migranti in Italia è un fiume in piena. In un rapporto riservato di due settimane fa Frontex, l’agenzia Ue della guardia di frontiera e costiera, nota come «la Turchia è al secondo posto (dopo la Libia, n.d.r.) per le partenze di migranti verso l’Italia».

La stima degli arrivi in Italia dalle coste turche per Frontex è di 2.742 migranti, con un incremento «del 193%» rispetto ai 936 sbarchi dello stesso periodo (gennaio-agosto) dell’anno scorso. Ma il flusso sulla rotta turca è inarrestabile. Secondo le statistiche del ministero dell’Interno di metà settembre siamo già a quota 3.097 migranti arrivati. Cifre ridotte, certo, davanti al totale di 102.942 sbarchi nel 2017 in base ai dati del dicastero guidato da Marco Minniti. Con una diminuzione del 21,16% rispetto all’anno scorso: tendenza al momento consolidata. «Ma non è ancora un calo strutturale» ha ammesso ieri Minniti al question time alla Camera.

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L’allerta sui viaggi dalle coste turche, tuttavia, è accesa da un pezzo. La questione è seguita dalla direzione centrale Polizia delle Frontiere e immigrazione del dipartimento di Ps guidato da Franco Gabrielli. Le unità navali della Guardia di Finanza hanno riorientato i loro pattugliamenti proprio nel contrasto specifico a questa rotta. Ce ne sono tuttavia altre in fibrillazione oltre quella libica. «I viaggi dei migranti trovano i canali possibili dei percorsi. Così assistiamo da tempo alla ripresa delle partenze dall’Algeria, la Tunisia e la Turchia» rileva Mario Giro, viceministro al dicastero degli Affari esteri. Poi, però, aggiunge: «Per la Turchia, in ogni caso, possiamo dire che l’accordo con l’Europa tiene. Con una presenza di tre milioni e 300mila rifugiati, del resto, è inevitabile che ci siano delle fuoriuscite». Il flusso per l’Italia è ripreso dall’aprile 2016. Non sono gommoni come quelli in partenza dalle spiagge libiche, ma velieri e yacht di una dozzina di metri. Salpano dalle coste sud occidentali della Turchia (porti di Marmaris, Bodrum, Antalya, Mersin, Izmir). Ma a volte i migranti utilizzano i collegamenti di linee navali dove si nascondono a bordo di mezzi pesanti o container. Destinazione finale, il porto di Trieste. «Dobbiamo considerarlo un fenomeno quasi inevitabile: il lavoro svolto dall’Italia finora nel governo dell’immigrazione è stato enorme ma il tappo ai flussi non può tenere al 100%» sottolinea Giro.

Dall’inizio dell’anno ci sono stati 49 sbarchi dalla Turchia con approdi in Sicilia, Puglia e Calabria: 1.171 immigrati iracheni, 880 pachistani, 383 iraniani, 227 somali. I “facilitatori” dei viaggi sono russi e ucraini. «Un fatto è certo: dobbiamo lavorare ancora di più con i Paesi di origine delle migrazioni. L’impegno del governo italiano con la Libia è davanti agli occhi di tutti e anche con il Niger, principale nazione di transito: c’è stato un crollo del 20%» sottolinea il viceministro degli Affari esteri. Ma adesso «è urgente stringere sugli accordi, che prevedono investimenti e rimpatri assistiti, con gli stati di partenza. Senegal, intesa ormai in arrivo, Guinea e Costa D’Avorio».

Intanto a Tunisi ieri è stata firmata una dichiarazione congiunta tra il prefetto marittimo Elbishti Fuadezuldeenhusayn, capo della delegazione del governo di Tripoli, e l’ammiraglio Nicola Carlone, alla guida del team della Guardia Costiera italiana per il progetto della Mrcc (centro di coordinamento del soccorso marittimo) per la Libia. Dopo due giorni di incontri, insieme a rappresentanti della dg Home di Bruxelles, della missione navale Eunavformed e della delegazione europea per la Libia, la dichiarazione congiunta prevede che la Libyan Mrcc sorgerà a Tajoura o Tripoli, all’interno di una base militare. L’Italia avrà tutta la documentazione sull’area Sar (search and rescue) dichiarata di recente da Tripoli.

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