la crisi della lira

Turchia, l’economia paga il conto del «familismo islamico» di Erdogan

di Vittorio Da Rold

La crisi della lira turca, Erdogan accusa gli Stati Uniti


3' di lettura

Non basta gridare al complotto internazionale se la bufera finanziaria sulla lira turca è stata preparata con uno stupefacente mix di autolesionismo e arroganza dal “familismo islamico” del presidente Recep Tayyip Erdogan, tenace assertore di un populismo economico sul Bosforo.
Dopo il fallito golpe del luglio 2016 sono stati allontanati i personaggi più esperti e riconosciuti dai mercati per essere sostituiti da persone del «cerchio magico» ma palesemente incompetenti o stravaganti.

Consiglieri sbagliati
Gli investitori si chiedono se i motivi di fondo della crisi turca siano stati almeno compresi. Il presidente continua a sostenere che la banca centrale è indipendente ma molti investitori non gli credono più. Erdogan ha smesso di ascoltare i saggi consiglieri come Mehmet Simsek, il vice primo ministro per l'economia ed ex banchiere Merrill Lynch che era stato messo in un angolo a favore di altri consiglieri che aveva suggerito di sfidare i mercati. Una mossa da kamikaze della finanza.
Gli investitori stranieri dal novembre 2002, anno della vittoria dell'Akp, il partito di Erdogan, hanno investito massicciamente in Turchia. Il reddito pro capite è passato in dieci anni da 2.500 dollari a 10mila facendo uscire milioni di persone dalla povertà.

I punti deboli dell’economia
Il governo AKP ricordava recentemente che l'economia è tornata a salire nel 2017 del 7,4%, a ritmi cinesi. Tutto vero ma la crescita è stata accompagnata dal deficit delle partite correnti che si è ampliato al 6% del Pil e dall'inflazione che ha raggiunto il 15%. La Turchia ha il 33%di aziende private indebitate in valuta estera e questo la rende vulnerabile a rialzi dei tassi americani o del dollaro. Alberto Gallo, di Algebris investments portfolio manager, ritiene che il rafforzamento del dollaro sia destinata a durare a lungo.

Bisognava lasciare alzare i tassi alla Banca centrale. Invece Erdogan ha chiamato a sé oltre a Mustafa Varank, uno degli amici presidenziali di più lunga data, ora ministro dell'Industria, l'ex giornalista Yigit Bulut, uno che crede che con la telepatia si possano organizzare attentati per eliminare il presidente. Ed è proprio lui ad aver parlato della «cricca dei tassi d'interesse» associandola alle agenzie di rating internazionali. Una sorta di Spectre che organizza crisi nel mondo. Erdogan ha cominciato ad usare questa espressione in ogni occasione con risultati devastanti.

Il genero al ministero dell’Economia
La mossa che ha dato il colpo di grazia ai mercati è stata la nomina a zar dell'economia di Berat Albayrak, il «genero predestinato» promosso ministro di Economia e Finanze. Quarant'anni, con un attestato alla business school a New York, Barat è una figura molto controversa. Ex ministro dell'Energia, compare in alcuni files di Wikileaks che lo accusano di contrabbando di petrolio con lo Stato Islamico di Al Baghdadi ma Washington non ha mai confermato le accuse.

Saprà l'inesperto Albayrak fermare il deprezzamento della lira turca causata anche da anni di credito facile a imprenditori amici impegnati in faraonici progetti infrastrutturali che stanno surriscaldando l'economia in un momento cui l'aumento dei tassi americani sta spostando i capitali dai mercati emergenti a quelli maturi? Sono in molti ad essere dubbiosi.
Muharrem Ince, candidato presidente del principale partito di opposizione, il socialdemocratico Chp, aveva lanciato durante la recente campagna elettorale un ragionevole appello al capo dello stato uscente Recep Tayyip Erdogan affinché smettesse di interferire nella politica monetaria della Banca centrale, impedendole di alzare i tassi di interesse, perché «l'economia si sta per schiantare contro un muro».

Ma molti dell'Akp, tra cui il genero del presidente, Berat Albayrak, avevano detto che la lira assediata è stata vittima di una «operazione esterna» volta a far cadere il governo turco. Insomma un complotto dei mercati che sta portando la Turchia a rivedere quella tremenda crisi bancaria del 2001 le cui rovinose conseguenze mandarono a casa i partiti laici e portarono il filo-islamico Erdogan al potere. Ora la storia potrebbe ripetersi.

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