reportage dai seggi elettorali

Turchia al voto: speranze e timori degli elettori. Pro e contro Erdogan

dal nostro inviato Roberto Bongiorni

Turchia, 60 milioni di persone al voto


7' di lettura

Istanbul – «Ho votato perché credo che la Turchia debba rimanere una repubblica parlamentare. Non voglio un cambio di sistema. E un’involuzione. Io mi sento europea, voglio un rapporto con l’Europa e più libertà».

Ferda un’anziana elettrice turca sintetizza così quella che ai suoi occhi è la posta in gioco nel voto di oggi. Di elezioni lei, che ha sorpassato gli 82 anni, ne ha viste davvero tante. La visione di Gulbeyaz Demir, 48 anni, sostenitrice del presidente Recep Tayyip Erdogan è diametralmente opposta: «Grazie a questo sistema che abbiamo votato l’anno scorso diventeremo un Paese forte, con un presidente forte». Entrambe le elettrici si riferiscono al referendum votato nell’aprile del 2017 che, a partire da questa elezione, trasformerà la Turchia in un sistema presidenziale in cui il Presidente avrà poteri molto più forti.

Le urne si sono appena chiuse. L’affluenza sembra esser stata alta, anche se non si sa quanti dei 53 milioni di turchi registrati nelle liste si sono recati nei seggi per scegliere quale sarà il prossimo Parlamento e quale il prossimo presidente – con poco più della metà dei voti scrutinati Erdogan è accreditato del 56,5% in ampio vantaggio rispetto al principale rivale Muharrem Ince, al 28,6% –. In questo voto, anticipato di 17 mesi da Erdogan, per la prima volta nella storia della Turchia si sono svolte simultaneamente elezioni parlamentari e presidenziale.
È forse il test più importante per Erdogan, al potere dal 2003, quando venne eletto primo ministro. E divenuto presidente nel 2014. Più importante perché, grazie al referendum, da lui fortemente voluto, potrebbe veder realizzarsi la sua grande ambizione: divenire un presidente praticamente senza nessuno che possa ostacolarne le decisioni. Una sorta di nuovo sultano, ironizzano i suoi rivali. Ma per realizzare il sogno, non solo dovrà prima essere eletto presidente (cosa molto probabile anche se si andasse al ballottaggio) ma dovrà cercare di conquistare la maggioranza in Parlamento. E qui la competizione è serrata. Non sono esclusi colpi di scena.

Il viaggio tra i seggi elettorali
Tre seggi elettorali di Istanbul, tre diverse fasce sociali, tre diversi modi di vedere il voto. Il nostro viaggio inizia la mattina alle 9 nel liceo Nuri Akin. Siamo nel quartiere di Nisantasi, dove gli impianti di irrigazione spruzzano acqua sulle aiuole fiorite che fiancheggiano strade sorprendentemente pulite. Le vetrine dei negozi espongono griffe di alta moda. Non sembra quasi di essere in un Paese musulmano. Nessuna donna, proprio nessuna, ha il capo coperto dall’Hijab, il velo islamico. Gli elettori vestono abiti di foggia occidentale. Le persone che accettano di parlare sono quasi tutte a favore di Muharrem Ince, il candidato del Partito repubblicano del popolo (Chp), il più grande partito dell’opposizione , social-democratico e laico.
Mentre vota, Melek Baykal, una popolare attrice turca di serial tv non riesce a trattenersi dall’augurarsi a voce alta che tutto vada come lei spera. «Queste elezioni sono molto importanti perché sono una donna a favore della democrazia, voglio una Repubblica che si ispiri ai principi di Kamal Ataturk (fondatore e primo presidente della Turchia, ndr). Chi ho votato però non ve lo dirò».

In compagnia della moglie, Adem Karaca, 38 anni, responsabile della sicurezza in un blocco di questo quartiere, dice subito di aver votato Ince: «Vi sembra che si possa continuare così? I media liberi sono ormai meno del 10% del totale. È in atto una crisi economica seria. La gente non sa più se può arrivare alla fine del mese. Occorre sviluppare l’economia, la Turchia non è un paese arabo, i governanti devono capire che vogliamo l’Europa». Lo spettro di una crisi economica, che sta cominciando a mostrare segnali preoccupanti, sta erodendo il potere di acquisto non solo delle classi più disagiate ma anche della classe media. La crescita è ancora molto forte. Così come nel 2017, il primo trimestre si è chiuso con un rialzo del 7,4% del Pil, eppure questo miracolo sembra poggiare su fondamenta non troppo solide. E ora il Paese è indebitato, l’inflazione corre, siamo al 12,5%, la forte svalutazione della lira crea grandi difficoltà e il deficit delle partite correnti, al 5,5% del Pil richiederebbe crescenti flussi di capitale straniero in valuta forte che invece di stanno riducendosi. Ayfer Karaca, la moglie di Adem prende la parola. «Vogliamo di nuovo la libertà. E vorrei tanto che il nostro sistema dell’Istruzione migliorasse. Ce ne è davvero bisogno».

Ci spostiamo in un altro seggio allestito in una scuola superiore nel quartiere di Meddidyekoy. Un quartiere che lambisce Sisli ma completamente diverso. Al posto dei viali alberati e dei negozi di moda, le strade sono molto più strette, e le case si toccano le une alle altre senza soluzione di continuità. È un quartiere abitato soprattutto da quella classe media che ora rischia di assottigliarsi se dovesse scoppiare una grave crisi economica. «Queste elezioni sono davvero importanti. Perché segneranno un nuovo inizio della Repubblica oppure la sua fine, una democrazia parlamentare o la sua pietra tombale».

Accompagnata da suo marito, Esra Alkis Golak, 32 anni, è molto disponibile a conversare. Lei ha votato Ince, ma simpatizza per il partito Vatan. È una donna informata, e su ogni argomento offre la sua spiegazione. Come sull’economia. «Il Governo passato si è concentrato quasi esclusivamente sul settore immobiliare e sulle infrastrutture». «Ma doveva investire sulla tecnologia, sulla ricerca e sviluppo. La cosa più importante è un’economia veramente produttiva e competitiva» sottolinea suo marito Onder, 37 anni, manager dell’ufficio finanziario di una compagnia che rileva start up. Non si può dar loro torto. Anche i leader dei partiti di opposizione rimproverano al presidente Erdogan di aver avviato un boom infrastrutturale a discapito di settori strategici che si sono trovati con poche risorse. Istanbul è un cantiere a cielo aperto. Con migliaia di alte palazzine in via di costruzione, per ora scheletri di cemento che attendono di essere terminati. «Molti appartamenti non sono abitati mentre i giovani si trovano nell’impossibilità di acquistare una casa perché ci vorrebbe una vita di risparmi, e forse nemmeno quella. Noi siamo fortunati, l’abbiamo ereditata dai genitori, ma questo è un problema serio», continua Esra che precisa di non gradire troppo Inge ma di averlo votato e di volerlo votare ancora se dovesse andare al ballottaggio con Erdogan. «Non mi piace troppo Ince, ha teso la mano al partito curdo Hdp, e per me questo è un partito che ha legami con i terroristi del Pkk. Io non mi fido dei curdi», conclude. Mai come in questa elezione il filo-curdo “partito democratico dei popoli” (l’Hdp), potrebbe essere l’ago della bilancia nel voto parlamentare. Se dovesse superare lo sbarramento del 10% potrebbe anche portare la coalizione guidata dal partito di Erdogan, l’Akp (che corre insieme al partito ultra-nazionalista Chp), a perdere la maggioranza in Parlamento. Ed allora le cose si complicherebbero davvero. Esra usa parole durissime contro Selahattin Demirtas, avvocato dei diritti civili e leader dell’Hdp, in prigione dal 2016 con l’accusa di legami con il terrorismo.

Zelal la pensa diversamente. «Io credo in Demirtas. Ho votato l’Hdp non perché sono curda ma perché lo considero un partito che si ispira veramente ad un percorso democratico. Che lotta per la parità di diritti non solo delle donne, ma anche del movimento Lgbt. Che si concentra su una politica del lavoro egualitaria». Zelal è una giovane curda di 28 anni che parla un inglese fluente. Dopo aver studiato con il programma Erasmus in Italia e a Malta, ora è ritornata in Turchia e lavora in una Ong. Anche lei, come tanti altri elettori, pone l’accento sull’istruzione. «Il nostro sistema educativo è un metodo totalmente inefficace. Uno studio nozionistico, un grande copia e incolla. E una visione “turco centrica” da impero ottomano, come se il resto del mondo non esistesse. E perché obbligare gli studenti a studiare religione?».

La nostra terza tappa è una zona piuttosto povera di Kasimpasa, un altro quartiere di Istanbul. Una roccaforte di Erdogan. Il segno più evidente è anche questa volta l’Hjab, il velo islamico. Non vi è donna che non lo indossi. Che siano anziane, studentesse universitarie ma anche ragazzine. Molte di loro portano anche lo chador. Nella scuola allestita a seggio gli elettori sono più diffidenti. Siamo gli unici giornalisti stranieri. Gulbeyaz Demir, cuoca e madre di tre figli, accetta di parlare. Ma quando lo fa, sembra ripetere meccanicamente gli slogan di Erdogan. «Ho votato per il futuro del mio Paese. Ho votato per Erdogan. Lui è un uomo forte. La qualità della nostra vita cambierà. E anche la nostra sicurezza nazionale. Erdogan ha sconfitto l’Isis e il Pkk in Siria. Ho visto in Tv che ha sconfitto i terroristi ad Afrin». Ma alla domanda su cosa non la convince nei programmi dei candidati dell’opposizione lei non sa cosa rispondere. «Non me ne sono interessata. Io credo in Erdogan. Con lui dovremmo riuscire a raggiunger un rapporto di parità con l’Europa , quello che ci spetta di diritto». Halit Iyigoren, 70 anni, preferisce elencare le conquiste di Erdogan. «Ha fatto molte cose per noi. Per esempio ha tolto dalla povertà milioni di turchi ed ha trasformato questo paese in una potenza industriale».

Difficile dargli torto. In 10 anni il Pil pro capite è quadruplicato, mentre l’imponente crescita economica ha portato la Turchia tra le potenze industriali emergenti. «Guardate i ponti, le ferrovie, le autostrade. Viviamo un difficile momento economico ma Erdogan saprà cambiare la qualità della nostra vita», prosegue Halit che confida di credere ad Erdogan ed alla sua teoria del complotto straniero. Quella secondo cui la svalutazione della lira turca, che ha perso il 30% del suo valore contro il dollaro nell’ultimo anno, è stata orchestrata dai Paesi stranieri per far cadere il Governo Erdogan. Poi il suo sguardo sembra catturare uno dei tre grandi ponti sul Bosforo che si staglia lontano. Già i grandi progetti infrastrutturali di Erdogan: un piano da 200 miliardi di investimenti per rilanciare l’economia. Ponti giganteschi, strade autostrade, tunnel sotto il mare. Diversi progetti sono già stati realizzati. Alcuni sono quasi pronti ( in ottobre dovrebbe essere inaurata l’apertura della prima area del nuovo aeroporto internazionale, uno dei primi tre al mondo). E quelli ancora da iniziare. Come quel canale artificiale dal Mar Nero al Mar Mediterraneo che dovrebbe raddoppiare il Bosforo. Progetti che almeno in questi mesi la Turchia non sembra poterseli più permettere.

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