La ricerca

Turismo halal, perché l’Italia non sfrutta un mercato milionario in espansione

Nel 2026 il valore dei turisti musulmani toccherà i 300 miliardi di dollari. Le criticità italiane in uno studio del Dipartimento di Management dell'Università di Torino

di Carlo Andrea Finotto

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4' di lettura

L'Italia vanta circa 58,3 milioni di turisti l'anno provenienti da tutto il mondo. Ma solo una quota ridotta - o perlomeno molti meno di quanti potrebbero essere – sono turisti musulmani. Così il Paese rinuncia, per ora, a una fetta di torta potenzialmente molto ricca.

I dati sul segmento, infatti, parlano chiaro: il mercato del turismo islamico ante pandemia vale circa 220 miliardi di dollari (Global Muslim Travel Index) e potrà rapidamente raddoppiare grazie all'incremento demografico della popolazione musulmana e al suo crescente reddito. I viaggiatori islamici infatti, nel 2000 erano 25 milioni, nel 2020 sono saliti a 158 milioni e si prevede che nel 2026 il valore dei loro spostamenti toccherà quota 300 miliardi di dollari.

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Infodata / Quali sono le regole e le potenzialità del mercato Halal?

Un potenziale non sfruttato

Nel mercato turistico internazionale halal, la capacità competitiva dell'Italia è al di sotto delle potenzialità, al punto da non comparire neanche fra le prime dieci destinazioni internazionali nel Global Muslim Travel Index, posizionandosi molto al di sotto di Germania e Francia, i Paesi europei che più si sono dati da fare per intercettare questo importante flusso di turisti, con le ricadute economiche positive che comporta.

«Per l'Italia l'accoglienza halal è prima di tutto una sfida culturale e di comprensione delle sue grandi opportunità, soprattutto nel periodo di rilancio post-Covid», spiega Paolo Biancone alla guida – insieme a Silvana Secinaro – del team di lavoro del Dipartimento di Management dell'Università di Torino che ha condotto una ricerca sul tema.

Il turismo in Italia – si legge nel lavoro del team – incide per il 13,2% sul Pil nazionale, con un valore economico di 232,2 miliardi di euro derivante da arte, cibo, moda, musei e shopping. In condizioni di «assenza pandemica, il Belpaese vede una presenza imprescindibile e massiccia di turisti per tutto l'anno e tra questi anche un crescente numero di viaggiatori musulmani - 2,1 milioni quelli di provenienza asiatica nel 2019 - che visitano l'Italia nonostante, non sempre, si ponga come “amica” dei loro bisogni».

Leva competitiva

«Un Paese come il nostro, ricco di luoghi e monumenti che raccontano secoli di incontro e fusione fra la cultura occidentale e quella musulmana, dovrebbe essere tra le prime mete del turismo halal – commenta Biancone –. Invece manca un approccio complessivo in grado di creare una estesa rete di accoglienza che tenga conto delle peculiarità di un turismo che ha sì esigenze particolari, ma che è di norma alto spendente e qualificato».

In questo scenario, sottolinea Paolo Biancone «il cibo “certificato Halal” si pone come elemento chiave per l'attrazione di turisti big spender dei Paesi del Golfo, un'area in cui abbiamo rilevato che a livello mondiale il settore del Food & Beverage halal nel 2019 ha raggiunto un valore pari a 1,4 miliardi di dollari con continui tassi di crescita anno su anno».

Questi temi, tra gli altri, saranno al centro del Tief, Turin Islamic Economic Forum , che Torino ospita dal 13 al 15 ottobre prossimi. Il team dell’Università di Torino ha anche messo a confronto 120 imprese italiane del Food & Beverage, 60 con certificazione Halal e 60 senza.

Vantaggio competitivo

«La connessione tra cibo, spiritualità e turismo è profonda e negli ultimi decenni ha creato un'ampia domanda di mercato per i prodotti Halal che per le aziende dei settori Food and Beverage sono divenuti stimolo di innovazione e crescita – racconta ancora Biancone –. Dall’analisi delle 120 imprese è emerso che la certificazione ha dato alle aziende un vantaggio decisivo aumentando la loro attenzione ambientale e sociale e stimolandole a una maggiore trasparenza sui propri dati economici».

Per far evolvere un “turismo halal friendly” il Dipartimento di Management ha sintetizzato delle buone pratiche in 10 punti, dove sottolinea l'importanza di piatti halal nei menù dei ristoranti interni, «che non significa offrire cibo “etnico”, non solo perché i Paesi di Provenienza dei turisti musulmani sono i più disparati e con tradizioni culinarie diverse, ma soprattutto perché il turista viene in Italia per vivere un'esperienza con il cibo italiano, rinomato nel mondo. Dunque, bisogna proporre una cucina italiana adeguata ai canoni islamici».

10 regole per il turismo halal-friendly

Ecco, in sintesi, le dieci regole stilate dal gruppo di lavoro guidato da Biancone e Secinaro per sviluppare una cultura turistica “halal-friendly”.

● 1 Assenza di alcolici nei minibar
● 2 Presenza del Corano nelle camere delle strutture turistiche
● 3 Opportunità di sale di preghiera interne e/o indicazione delle più vicine
● 4 Presenza di linea di cosmesi senza alcol e derivati
● 5 Personale con conoscenza dell'arabo
● 6 Presenza di piatti halal nei menù interni (assenza di alcol e derivati)
● 7 Privacy interna
● 8 Opportunità di prenotazione per massima privacy di Spa interne
● 9 Coesione territoriale
● 10 Partnership per distribuzione dei servizi sul territorio

Cos’è e come ottenere la certificazione

La certificazione Halal – spiegano i ricercatori – attesta che i prodotti delle filiere agroalimentari (ma anche i cosmetici, i prodotti chimici e farmaceutici, i prodotti per la cura del corpo e della salute, quelli del settore finanziario e assicurativo, i processi industriali, di trasformazione, compreso la certificazione del packaging) «sono conformi alle norme etiche ed igienico sanitarie previste dalla legge e dalla dottrina dell'Islam, quindi commercializzabili nei Paesi di religione islamica».
In Italia, per ottenerla, «è necessario rivolgersi ad uno degli enti accreditati - precisa lo studio –, dimostrando la conformità alle regole indicate sul disciplinare emesso dal Comitato Etico di Certificazione Halal della CO.RE.IS (DTP HLL 02) e alle procedure standard omologate dalla stessa».

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