OSSERVATORI

Turismo, industria «invisibile» all’Ue che marcia a metà del potenziale

di Ilaria Vesentini


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5' di lettura

Nel 2000 l’Italia valeva il 5,8% della spesa turistica mondiale. Oggi siamo su per giù al 3%. E nei prossimi dieci anni, se le strategie non cambiano, scenderemo al 2,1% del Pil turistico globale, al 182 posto su 185 Paesi per crescita del valore aggiunto turistico. In un pianeta che nel frattempo sarà esplorato dal doppio dei viaggiatori (oggi sono 1,2 miliardi i turisti internazionali). E l’Italia, meta prima di chiunque viaggiasse fuori dalla patria fino agli anni 50, oggi è al quinto posto per arrivi stranieri, ma all’ottavo per valore del Pil turistico (11,1%) e addirittura al 162esimo gradino (sempre in un confronto su 185 nazioni) per investimenti sul turismo.

Sono solo alcuni dei numeri macro contenuti nell’inedito studio «Il turismo invisibile» di Guido Caselli, presentati oggi a Ferrara in occasione del convegno «L’economia del turismo. Il turismo come motore di crescita e sviluppo».

Un’analisi che passa dall’impietoso confronto internazionale al ricalcolo della ricchezza del turismo per province e regioni italiane, inserendo il valore dell’indotto (in media 100 euro spesi in attività direttamente turistiche ne generano 94 di indotto). Ma se il compito di un economista è studiare i numeri per spronare la comunità al miglioramento, il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, parte invece dal bicchiere mezzo pieno: «Nel turismo non stiamo gestendo una crisi o un avvio di ripresa, stiamo governando una crescita imponente non solo congiunturale ma strutturale, perché a prescindere dal trend domestico (e i numeri, a prescindere dalle classifiche, ci dicono che il settore sta facendo il pieno di clienti e fatturato) il turismo internazionale è destinato a uno sviluppo costante nei prossimi anni e noi dobbiamo solo scegliere su quale turismo investire».

Turismo come industria

Il turismo è un’industria, innanzitutto, e l’Europa se ne dimentica assai più del Governo nazionale, che invece nella virata strategica da Industria 4.0 a “Impresa 4.0” ha voluto ricomprendere proprio le aziende di terziario e servizi. «A Bruxelles il turismo non ha una commissione di riferimento, né un budget, non è considerato industria», conferma Franceschini. «Non c’è un programma in Ue dedicato allo sviluppo turistico e noi regioni prendiamo le bricioli di fondi stanziati su altre misure», ribadisce Andrea Corsini, assessore al Turismo dell’Emilia-Romagna. Eppure, se il Pil dell’Italia crescerà quest’anno dell’1,5% lo si deve anche e molto all’economia del turismo, «come conferma il fatto che le province turistiche sono oggi solo 3 punti sotto il Pil pre crisi, contro un gap medio del 7% a livello complessivo e un ritardo di 11 punti nei territori agroindustriali», precisa Caselli.

LO SCENARIO GLOBALE Pil turismo totale (diretto e indiretto). Primi 10 Paesi per valore del Pil turistico nel 2016 e previsioni 2027

Industria come eccellenza
E in quanto industria anche il turismo, come la meccanica o il food, deve puntare sull’eccellenza, «sull’incrocio tra turismo sostenibile e museo diffuso. Quindi sulla fascia alta dei viaggiatori, intelligenti, esploratori, alto-spendenti, alla ricerca di esperienze autentiche, perché le 6mila persone che scendono dalla crociera – spiega Franceschini riprendendo i punti salienti del Piano strategico 2017-2o22 – e invadono Venezia o Pompei non spendono un euro e rischiano di travolgerci in un modello di turismo massificato in cui i borghi di forte appeal si riducono a sfilate di bancarelle di souvenir tutti uguali e di catene internazionali».Proprio per difendere l’originalità del nostro patrimonio di tradizioni artistiche e artigianali da tre mesi è in vigore la norma che permette ai sindaci di esonerare dalla liberalizzazione delle licenze alcune aree dei centri storici, «uno strumento ancora poco usato, però», afferma il ministro.

Quantità e qualità non tornano
«Non basta essere il brand turistico più desiderato al mondo, se non lo si sa trasformare in valore», rimarca Giuseppe Roma, presidente Rur (centro ricerca sulle reti urbane), portando un dato esemplificativo: il valore aggiunto per presenza turistica in Italia è di 173 euro, in Germania quasi il doppio, 307 euro pur avendo il Belpaese il record mondiale di siti Unesco, di Dop e Igp (il 2018 sarà l’anno del “foodscape”) e il 50% di arrivi in più rispetto ai cugini oltralpe. Così come non è plausibile avere lungo lo Stivale 170mila esercizi ricettivi (48mila in Spagna, Paese che ci ha sorpassato nella graduatoria mondiale di arrivi stranieri) con appena un 21% di alberghi e il resto B&B, seconde case, agriturismi, che sfuggono sia alla statistica sia – spesso – agli standard qualitativi richieste da un viaggiatore esigente.

IL GAP CON I COMPETITOR

Valore aggiuto/presenza in euro (Fonte: elab Rur su dati Unwto 2016)

Numeri poco utili
Non sono i numeri di arrivi e presenze oggi a raccontare ricchezza e occupazione generate dal turismo e men che meno ad aiutare i “gestori” del settore a tarare le strategie. Anche se sarebbe sbagliato non brindare agli oltre 68 milioni di presenze (+5,5% nei primi otto mesi 2017) che farà il Veneto quest’anno – anticipa l’assessore regionale Federico Caner – confermandosi la prima regione turistica del Paese. E pure l’Emilia-Romagna è in procinto di tornare ai 50 milioni di presenze degli anni d’oro pre-mucillagini. Due regioni che assieme valgono quasi il doppio delle presenze di tutto il Mezzogiorno, ci dicono i dati Istat: possibile? «Per capire la domanda turistica bisogna spostare le lenti sul web, sui social, analizzare i big data legati all’uso di telefonini e carte di pagamento, per fornire output in tempo reale; e bisogna iniziare anche a misurare anche i costi legati allo sviluppo turistico (il fastidio degli abitanti, i danni al patrimonio)», aggiunge Jan Van Der Borg, professore di Politica turistica alla Ca’Foscari di Venezia che con i suoi ricercatori sta sperimentando nuove dashboard per raccontare l’economia turistica.

Per crescere serve formazione
Resta il fatto che noi italiani oggi viviamo, senza meriti, immersi in un patrimonio di bellezza tra storia, natura, architettura e arte-artigianato, che potrebbe valere il doppio come benessere restituito alla collettività.

L’avevano già detto anche il Centro studi Confindustria e Prometeia nel loro ultimo studio sul deficit di competitivtà del turismo italiano, che il nostro Paese potrebbe fatturare 15 miliardi in più (+50%) solo sfruttando meglio ciò che già ha in casa. «Dobbiamo intanto puntare a passare dai 173 euro di valore aggiunto a turista a 250 euro. Intanto smettiamola di fare promozione in Europa e puntiamo a richiamare cinesi, asiatici, sudamericani: c’è un bacino enorme di viaggiatori con alto budget da conquistare in Paesi lontani che valgono pochi punti percentuali degli arrivi», esorta Roma. Bisogna però iniziare a lavorare assieme, tra territori e tra operatori della filiera turistica nazionale e investire sulla formazione sia degli imprenditori (il settore è in balia delle vecchie generazioni) sia di nuovi talenti da mettere alla guida di un’industria turistica competitiva, managerializzata e digitalizzata, conclude l’assessore veneto Caner.

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