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Turismo valdostano in allarme, mancano almeno mille addetti

Gérard (Adava): i compensi se bassi scontano la concorrenza del reddito di cittadinanza . Dominidiato (Confcommercio): la stagione si annuncia positiva, la carenza di personale è un problema

di Carlo Andrea Finotto

 L’80% delle strutture interpellate denuncia difficoltà nel reperire il personale rispetto al 2019 e il 72% ammette di non essere riuscito a completare l’organico

3' di lettura

La stagione turistica estiva in Valle d’Aosta promette bene. Soprattutto dovrebbe segnare il giro di boa rispetto all’emergenza pandemia, dopo un inverno dai due volti per il comparto: buono per gli impianti sciistici, meno per le strutture ricettive.

Adesso, invece, a preoccupare il settore è soprattutto il personale, come sottolinea Filippo Gérard, presidente Adava - Federalberghi: «Al nostro settore manca almeno un migliaio di figure professionali. E non sarà un problema facilmente risolvibile, di certo non nell’immediato».

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Al grido d’allarme si associa anche Graziano Dominidiato, presidente di Confcommercio Valle d’Aosta e membro della giunta nazionale Fipe: «Il fenomeno si è accentuato con i due anni di pandemia, quando molti lavoratori del comparto si sono spostati su altre occupazioni e nella maggior parte dei casi non tornano indietro. Si tratta di un’emergenza che riguarda anche la ristorazione e i pubblici servizi, d’inverno come d’estate».

Adava ha condotto un sondaggio interno dal quale emergono dati preoccupanti: l’80% delle strutture interpellate (oltre 230, ndr) denuncia maggiori difficoltà nel reperire il personale rispetto al 2019 (periodo pre-Covid) e il 72% ammette di non essere riuscito a completare l’organico. Un 40% delle imprese dice di avere dal 10 al 20% di posti vacanti, per il 23% la quota sale dal 20 al 50% e il 9% di strutture deve coprire oltre il 50% dei posti.

Il sondaggio indaga anche quali siano le figure mancanti e quali possano essere i motivi e le eventuali soluzioni. Il reparto più in sofferenza secondo le risposte degli addetti ai lavori è quello sala e bar, con il 33% delle risposte, seguito dalla cucina (26%) e dall’housekeeping (19%). Per Filippo Gérard, «si tratta di un problema strutturale», opinione condivisa dall’85% delle imprese interpellate, «difficile da risolvere nel breve periodo e che rischia di obbligare le strutture a rinunciare a una parte dei servizi forniti ai clienti».

Ma da dove origina questa mancata reperibilità di figure professionali nel settore ricettivo? Le risposte delle imprese si dividono: per un 50% c’è troppo poca differenza tra reddito da lavoro e altre forme di assistenzialismo (viene citato il reddito di cittadinanza); oltre un terzo delle strutture interpellate (il 36%) ritiene che sia cambiato il valore attribuito al tempo libero; c’è poi un 14% che ritiene le retribuzioni non adeguate al numero di ore di lavoro e al sacrificio richiesto.

Il comparto soffre «una carenza di professionalità - afferma il presidente della Confcommercio regionale – il numero di persone che escono dalle scuole alberghiere e dai corsi di formazione non è sufficiente. Certe figure non hanno più l’appeal di una volta, eppure quando si acquisisce esperienza i compensi sono molto buoni».

«Credo – dice Gérard – che sia una situazione condizionata un po’ anche dalle caratteristiche del lavoro, che prevede la presenza nei weekend, nei giorni festivi e i turni notturni. Inoltre, i compensi non sempre sono adeguati e scontano la concorrenza del reddito di cittadinanza». Per Graziano Dominidiato «il reddito di cittadinanza c’entra senza dubbio nella difficoltà a reperire personale. Soprattutto quando si è in presenza di una “zona grigia” in cui chi lo percepisce integra con incarichi saltuari».

Secondo il presidente di Adava «bisogna lavorare su più fronti: se si alza il salario minimo bisogna bilanciare con una significativa riduzione del cuneo fiscale». Per l’81% delle imprese coinvolte dal sondaggio una riduzione della tassazione sul personale stagionale e sugli straordinari aiuterebbe a risolvere la situazione.

Insomma, il comparto turistico in Valle d’Aosta vive un paradosso proprio nel momento in cui arrivi e presenze sembrano destinati a tornare ai livelli pre-covid. Se il 2021 si è chiuso con 697mila arrivi e 1,9 milioni di presenze, con valori pari a circa la metà del 2o19, i primi mesi del 2022 – guardando i dati dell’assessorato regionale al Turismo – danno decisi segnali di ripresa sia per quanto riguarda gli arrivi che per le presenze: 348.487 i primi tra gennaio e aprile, circa 1,1 milioni le seconde. Gennaio a parte, la crescita rispetto a 2021 e 2020 è sensibile e fa ben sperare per l’estate.

«Sull’inverno scorso hanno pesato le restrizioni introdotte dal governo a seguito dell’ultima ondata – spiega Gérard –. Hanno scoraggiato soprattutto gli stranieri. Ora la situazione è cambiata, assistiamo a un’ottima richiesta, anche grazie alla riscoperta della montagna, avvenuta proprio in coincidenza con la pandemia».

La Valle d’Aosta si prepara alla svolta: ha fatto partire una campagna di marketing e l’ultimo Giro d’Italia ha “tirato la volata” al settore turistico in regione. È d’accordo Dominidiato, che dice: «Ci aspettiamo un grande afflusso di presenze, anche favorito dal clima con i picchi di temperature in città e in pianura. Da nostre rilevazioni, il comparto affitti si avvia a essere sold out e il ponte del 2 giugno è stato estremamente positivo, ad Aosta come a Coumayeur».

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