INCIDENTE AEREO IN ETIOPIA / Il ritratto

Tusa, il tecnico prestato alla politica e innamorato dell’archeologia

di Nino Amadore


Sciagura aerea in Etiopia: 157 morti, 8 sono italiani

3' di lettura

È stato definito un tecnico prestato alla politica. Ma Sebastiano Tusa, 66 anni, l’archeologo di fama internazionale morto nel tragico incidente in Etiopia era molto di più: era un uomo gentile e aperto, un archeologo dalle grandi intuizioni, un uomo di cultura dalle forti passioni civili e politiche. Figlio di Vincenzo, a sua volta grande archeologo, Sebastiano è stato , in questi anni anche duri per un settore sempre bisognoso di denari per finanziare le ricerche, un punto di riferimento instancabile.

È anche suo il progetto poi andato in porto della Sovrintendenza del mare, organismo unico di tutela di quel grande patrimonio archeologico che si trova nei fondali del Mediterraneo e suoi molti dei progetti per la fruizione di quel patrimonio: «Il mare - disse dopo il via libera alla Soprintendenza nel 2004 - finalmente non è più marginale. Il nostro obiettivo è quello di far diventare questi temi centrali per recuperare una cultura del mare che è nel Dna della Sicilia e che può rappresentare oggi un volano per lo sviluppo dell’isola». Ecco, in questa dichiarazione il senso di una passione smisurata che era nel dna di una famiglia innamorata dell’archeologia, dell’antichità, dell’arte e della bellezza: la moglie di Tusa, per dire, è Valeria Patrizia Li Vigni, apprezzatissima direttrice del museo d’arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo.

Una passione che possiamo ritrovare nei suoi due figli: Vincenzo, 28 anni, pure lui archeologo, che vive a Londra mentre Andrea, 24 anni, è paleoetnologo. «Si preparava - dice Salvo Emma, il suo più stretto collaboratore - per una nuova stagione di scavi e ricerche di archeologia subacquea». Emma aveva partecipato nel novembre dell’anno scorso alla missione a Malindi per stipulare un accordo con il governo keniota. In Kenia Tusa stava tornando invitato dall’Unesco per relazionare sulle prospettive dell’archeologia subacquea in Italia e in Kenia.

Tusa era stato chiamato un anno fa a guidare l'assessorato regionale ai Beni culturali nel governo di Nello Musumeci, dopo le dimissioni del critico Vittorio Sgarbi. E aveva investito passione e energia nel rilancio delle politiche culturali promuovendo tante iniziative, tra cui una mostra su Antonello da Messina, ora ospitata al Palazzo Reale di Milano, un incontro a Palermo con Zahi Hawass, il massimo studioso delle piramidi egiziane, una nuova organizzazione dei musei siciliani. Ma stare nella “stanza dei bottoni” aveva anche il senso di lavorare per dare la giusta attenzione all’immenso patrimonio archeologico siciliano e alle professionalità presenti nell’amministrazione dell’Isola. Un paio di settimane fa l’annuncio del riavvio degli scavi archeologici in varie aree della Sicilia con un finanziamento (500mila euro) che rappresentava un segnale: «Negli ultimi anni - ha commentato Tusa - le attività di ricerca e di scavo archeologico in Sicilia sono state condotte principalmente dalle Università italiane e straniere. Le professionalità e le capacità dell'assessorato dei Beni culturali sono state, a causa di una inaccettabile miopia politica, mortificate e relegate a un semplice esercizio di controllo e sorveglianza. Non è pensabile che le Soprintendenze siciliane, strutture dotate di eccellenti archeologi e tecnici, non avessero la possibilità di continuare attività che ci hanno reso famosi nel mondo».

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Tra gli ultimi lavori la prefazione a un libro di Dario Piombino-Mascali, uno dei maggiori esperti di mummie, al quale proprio l’altra notte aveva mandato un messaggio su un lavoro da programmare. Piombino-Mascali, che insegna all’Università di Vilnius, non riesce a trattenere la sua commozione. «Ho trovato in lui un grande incoraggiamento per i miei studi, una sensibilità umana veramente preziosa, un uomo sempre pronto al dialogo e al confronto».

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