POLONIA SPACCATA

Tusk più forte dell’odio di Kaczynski: è ancora presidente Ue

di Luca Veronese

(AFP)

4' di lettura

Jaroslaw Kaczynski ce l’ha messa tutta ma non è riuscito a bloccare la conferma di Donald Tusk come presidente del Consiglio europeo. Tutti i Paesi dell’Unione hanno sostenuto Tusk, tutti tranne la Polonia di Kaczynski, leader del partito ultra-conservatore Diritto e Giustizia e grande capo di tutta la destra polacca al governo. A Kaczynski risponde direttamente il presidente Andrzej Duda. E la premier Beata Szydlo, una sua fedelissima, è un’invenzione che ha funzionato benissimo alle ultime elezioni. Kaczynski odia Donald Tusk. I due non potranno mai essere compatibili, o sostenersi, nemmeno per amore di patria, come si è visto oggi a Bruxelles.

Kaczynski contro Tusk, non è solo politica
A dividere Kaczynski e Tusk sono le idee politiche e i principi fondanti di una società e di uno Stato come quello polacco: il ruolo stesso delle istituzioni pubbliche (dopo la fine del regime filosovietico) nell’economia e nella vita dei cittadini; i diritti civili soprattutto delle donne; i rapporti dello Stato con la religione; la posizione della Polonia in Europa, nella Nato e nel mondo. Ma ad alimentare la diffidenza fino a sfociare nell’odio sono anche la formazione culturale, gli amici di riferimento, le diversità caratteriali, l’approccio stesso alla vita, alle gioie e ai sacrifici della vita.

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«Non ho mai visto due leader dello stesso Paese tanto contrapposti. Tra Tusk e Kaczynski non c’è solo una diversità, pure evidente, ideologica e politica. C’è una barriera fisica tra due mondi che non sono in contatto tra loro», spiega uno dei responsabili della campagna che nel 2007 portò Tusk a vincere le elezioni e a governare. «Tusk è un uomo di mondo, che ama la vita e la bella vita, i viaggi, i salotti internazionali. Kaczynski parla di politica in ogni momento, è ossessionato dalla politica e dal potere, preferisce stare in disparte, magari chiuso in qualche casa di campagna, non si è mai sposato e ha vissuto con la madre per decenni, si dice non abbia mai usato un computer». Hanno solo otto anni di differenza - Tusk è del 1957 e Kaczynski del 1949 - ma sembrano venire da due epoche lontanissime: «Tusk è una sorta di Kennedy polacco, Kaczynski è per tutti un religioso della politica, un prete diventato cardinale con la vocazione per la politica. Anche fisicamente, basta stare con loro per cinque minuti per capire che non potranno mai andare d’accordo», dice la stessa fonte vicina alla campagna di Piattaforma Civica, il partito di Tusk, che ha saputo stare a galla anche dopo lo spoils system operato da Diritto e giustizia, il movimento di Kaczynski.

La visione liberale contro la tradizione (anche religiosa)
Un collaboratore di Kaczynski coinvolto direttamente nella vittoria elettorale del 2015 - la grande rivincita di Diritto e Giustizia, dopo anni di governo dei centristi liberali di Piattaforma civica - la vede diversamente. «Kaczynski - dice - capisce il popolo polacco, sta al livello della gente, è un uomo legato alla tradizione del nostro Paese. Tusk anche quando era primo ministro non ha mai compreso i veri problemi dei nostri concittadini. Si è affidato a grandi professori e grandi esperti, anche internazionali, ha favorito le città e la parte più avanzata della società lasciando indietro gran parte del Paese. Non ha saputo portare la crescita economica nelle famiglie. Kaczynski invece ha il carisma che gli viene da anni di attività politica, dall’esperienza di tante battaglie per migliorare la nostra società. Per questo Diritto e Giustizia ha vinto le elezioni».

Kaczynski è un anticomunista non certo favorevole al libero mercato, si potrebbe definire un esponente della nuova destra sociale. Cresciuto dentro a Solidarnosc, ha poi preso le distanze da Lech Walesa. Non è un estremista, forse è un fanatico della politica, di certo è un populista e un nazionalista. Nella sua attività politica - è stato più volte premier e ministro - mescola i valori della tradizione e della patria alla religione, cerca nemici fuori dai confini nazionali, alimenta lo scontro con la Russia e con la Germania (salvo poi tornare docile con Angela Merkel di fronte alle necessità dell’economia polacca). Ha condiviso per anni il potere con il fratello gemello Lech, morto da presidente della Polonia in carica nel 2010 in un incidente aereo. E anche in quella tragica vicenda ha attaccato Tusk per avere - a suo dire - insabbiato le indagini e non aver approfondito le responsabilità della Russia.
Tusk è invece un liberale di centro, un’europeista convinto. Ha guidato per due legislature i governi che hanno aperto la Polonia all’Europa e al mondo, ha portato l’economia a crescere in modo costante e stabile

anche durante la grande recessione mondiale ma «è anche un politico scaltro che capisce i momenti. E questo per lui è il momento di stare a Bruxelles», dicono nel suo entourage, sperando tuttavia in un suo ritorno «prima o poi, perché è l’unico leader in grado di unire l’opposizioni e fermare il viaggio all’indietro della Polonia di Kaczynski».

La Polonia e l’Europa
«La Polonia è oggi un Paese profondamente diviso - spiega Jacek Kucharczyk, presidente dell’Institute of public affairs, un think tank indipendente di Varsavia - tra Est e Ovest, tra città e campagne e anche su alcune questioni di principio: la religione, l’Europa, l’aborto. E poi i migranti, un falso problema in un Paese dove gli stranieri sono pochissimi e il 99,9% della popolazione è bianca e cattolica, ma un problema che è stato trasformato da Kaczynski in una battaglia contro i liberali e contro l’Europa. Per la destra al governo tutto ciò che è liberale è decadente, per loro le democrazie occidentali hanno fallito. E l’apertura ai migranti sarebbe la prova di questo fallimento».
Kaczynski tuttavia governa e sta portando la Polonia su posizioni sempre più conflittuali con l’Europa, il suo modello è l’Ungheria di Viktor Orban, la deriva autoritaria potrebbe essere per lui funzionale a consolidare il potere. Kaczynski vorrebbe diventare il riferimento per la nuova Europa sovranista, l’Europa delle patrie. In questo piano, l’odiato Tusk è di troppo, è un ostacolo: per questo doveva lasciare la presidenza del Consiglio Ue. Per questo la Polonia ha votato contro un candidato polacco al vertice dell’Unione.

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