Tendenze

Tuta addio: ora lo stile serve anche per lavorare da casa

Dopo due anni di pandemia il corpo riprende la sua centralità e la moda lo esibisce: da Gucci a Comme des Garçons, le proposte più innovative sono anche le più liberatorie

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Due anni esatti dopo, in Fortezza da Basso, a Pitti Uomo, si riprende come prima, almeno nella formula: un tema editoriale per l’allestimento scenografico, gli espositori divisi in padiglioni tematici. E la determinazione di assicurare una manifestazione in presenza: ci si sarebbe forse aspettato un ripensamento della fiera, una ricetta snella e meno statica, visto il mutare sempre più affrettato di condizioni e percezioni. La generale e sostanziale incertezza, però, ha portato ad altre, comprensibili scelte. Il noto come argine all’ignoto, che comunque avanza, mentre da questa parte si pensa e si rimugina.

Il mondo riflesso allo specchio

Non è un caso allora che il titolo scelto per l’allestimento, tutto specchi e angoli e inquadrature impreviste, sia Reflections, intese come riflessioni speculative e rifrazioni. Lo specchio restituisce l’immagine ma la distorce, infatti, creando una sorta di mondo parallelo. Per Michel Foucault è un luogo-non luogo nel quale ci vediamo dove non siamo, un posto insieme virtuale e reale, connesso ma disconnesso da tutto lo spazio che lo circonda. Lo specchio di questo Pitti 101 è quindi riflesso della realtà ma anche inganno, illusione, alterazione, vanità, narcisismo, voyeurismo, evasione, un po’ come il black mirror dei trabiccoli smart dai quali non scolliamo lo sguardo, che hanno alterato il modo di essere e comunicare degli umani cosiddetti evoluti.

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MSGM, PE 2022

Inarrestabile frammentazione

La moda, attualmente, si trova esattamente in questa condizione di accelerata molteplicità. Il definitivo portato dei due anni di isolamento e suo contrario, della sfinente alternanza tra gabbia chiusa e gabbia aperta, e il parallelo escalare del cabaret tiktokaro che regala a tutti il brivido narcisistico di fare entertainment per un pubblico voglioso di continui divertissement, è infatti una suppurazione di individualismo espressa in primo luogo attraverso i vestiti. Vale davvero ogni cosa, dall’abito sartoriale alla stratificazione di nonsense, con una particolare insistenza sulla riscoperta ed esibizione del corpo - qualunque e comunque esso sia, perché la body positivity è cosa buona e giusta - e sul definitivo abbattimento dei vetusti distinguo tra maschile e femminile, se qualcuno li ritenesse ancora necessari.

Geometria vedo-non-vedo

Altro che tute da ginnastica, felponi di pile e coperte gettate addosso: lavorare da casa ha scatenato esorbitanti fantasie teatrali, mai sopiti appetiti di eccesso, istrionismi debordanti. Stare al sicuro dietro porte e dentro camerette, anziché impigrire, ha dato la stura alle mattate, perché il confronto pubblico a mezzo video è di certo più facile che camminar per strada vestiti chissà come, e insomma anche i codardi stanno a posto. Basterà ricercare l’hashtag #wfhfits (working from home fits) per scoprire un mondo di bizzarrie casalinghe che trovano specchio, e ulteriore pungolo, nelle proposte dei designer - nomi consolidati al pari della new wave che emerge con decisione, in Italia come altrove, sobillando e decostruendo stereotipi.

Il corpo, si diceva, si scopre e si rivela a suon di tagli e di aperture che erotizzano nella geometria del vedo-non-vedo, moltiplicando le zone erogene: le gambe in primis, rivelate da short infantilistici o da leggings da running accessoriati di sex toys, come da Gucci. L’ombelico è il centro dell’attenzione da Fendi, dove le giacche segate sotto i pettorali omaggiano il mezzo suit dell’artista Phillip Garner, pungente esautorazione della sartorialità patriarcale.

Nicolas Di Felice, da Courrèges, ritaglia guaine con tesa verve modernista, mentre Antonio Tarantini, il cui marchio ATXV è una delle promesse brillanti della scena milanese, costruisce una lingua atletico-erotica fatta di drappeggi e sovrapposizioni. Spalle in vista da MSGM, in un tripudio di psichedelie insieme da spiaggia e da cameretta.

Marni, PE 2022

È qui la festa (liberatoria)

Jonathan Anderson per Loewe e Francesco Risso per Marni sono paladini - lisergico il primo, patafisico il secondo - di un edonismo libertario e liberatorio che individua nella festa permanente una modalità di opposizione politica al presente depresso. Si muovono sulla stessa linea, ma con rigore sedizioso, le righe ritmiche di Sunnei, il caos floreale e primordiale di Comme des Garçons, le balze drammatiche, da ballo sul marciapiede, di Act N.1, il nomadismo di Etro che sutura in un lampo mondi lontanissimi.

La formalità (anche assoluta)

La salutare ed energetica follia che si va affermando è controbilanciata, però, da una rilassatezza che si direbbe più approcciabile, fuor di casa, del caos festaiolo.

Il solfeggio soft modula il tocco morbido di Giorgio Armani, la fluidità di Zegna, la nonchalance aerea di Tod’s: designer e marchi che hanno introiettato il momento e le sue esigenze, per restituirli sottovoce in forma di abiti che suggeriscono libertà d’uso e movimento.

Giorgio Armani, PE 2022

Il picco estremo della speculazione modaiola, però, è al momento la formalità assoluta, impeccabile, provocatoria nella sua ortodossia old school, del suit, come visto nella couture di Balenciaga, e da sempre nel famigerato Padiglione Centrale della Fortezza: quanto di più lontano dal vaudeville da camera, e forse dallo spirito dell’oggi. E qui si torna alle reflection di Pitti Uomo, rifrazioni infinite e infinitesime che tutto rendono possibile. Tutto.

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