Interventi

Tutela del copyright e giusto compenso che spetta agli editori

di Francesco Posteraro

(Olivier Le Moal - stock.adobe.com)

3' di lettura

L’approvazione, da parte del Consiglio dei ministri, dello schema di decreto legislativo recante recepimento della direttiva copyright testimonia la ferma volontà del nostro Governo di dare adeguata tutela al diritto d’autore e di cercare di sottrarre il settore dell’informazione alla morsa degli aggressivi modelli di business delle grandi piattaforme digitali. Lo schema di decreto adotta soluzioni equilibrate e condivisibili per la trasposizione di entrambe le disposizioni della direttiva che hanno a suo tempo suscitato i maggiori contrasti, ossia l’art. 15 e l’art. 17.

Quest’ultima disposizione limita l’esonero da responsabilità sancito a favore dei provider dalla direttiva e-commerce nell’ormai lontano 2000. È previsto, in particolare, che per avvalersene i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online debbano dimostrare di essersi adoperati in ogni modo per impedire la disponibilità sulle loro reti di opere protette da diritto d’autore per le quali non siano riusciti a ottenere un’autorizzazione da parte dei titolari dei diritti.

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Va riconosciuto al Governo il merito di non aver dato spazio ai tentativi di annacquare la portata della norma, come sarebbe avvenuto se si fosse sostituita la locuzione “massimi sforzi” con “migliori sforzi” oppure se si fosse introdotto il riferimento a un principio di ragionevolezza di cui non c’è alcuna traccia nella direttiva.

L’art. 15 ha colmato una lacuna esistente nell’ordinamento dell’Ue

riconoscendo agli editori di giornali, nei confronti degli internet service provider, un diritto connesso per la messa a disposizione in rete delle loro pubblicazioni, con esclusione degli utilizzi privati o non commerciali, dei link e degli estratti molto brevi, i cosiddetti snippet. Le modalità di recepimento adottate dallo schema di decreto legislativo non hanno incontrato un consenso unanime, com’era peraltro da attendersi considerato il rilievo degli interessi in gioco. Alcuni commenti muovono da un presupposto errato in punto di fatto, e cioè che lo schema contemplerebbe un obbligo di negoziazione fra le parti, laddove sono presenti, invece, solo norme intese a incentivare la negoziazione e a far sì che quest’ultima si svolga in condizioni di trasparenza e nel rispetto dell’obbligo di buona fede.

Altre censure si appuntano sulla previsione di un equo compenso a favore degli editori, giudicata contrastante con la direttiva e tale da dare luogo a un eccesso di delega. A me pare, al contrario, che l’ampia formulazione della legge delega – secondo cui i diritti degli editori devono trovare “adeguata tutela” – consenta senz’altro al legislatore delegato di stabilire che debba essere equo il compenso da versare alla parte debole del rapporto, ovvero agli editori, per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni.

Ma soprattutto mi sembra – al di là delle valutazioni di carattere giuridico – che le critiche all’operato del Governo ignorino completamente una gigantesca questione politica.

Ignorino, cioè, che la mancata corresponsione agli editori, da parte delle piattaforme, di una quota adeguata dei profitti generati dalla diffusione in rete delle pubblicazioni di carattere giornalistico minaccia sempre più la

sopravvivenza dell’informazione di qualità.

Minaccia, dunque, uno dei fondamenti essenziali della nostra vita democratica. Il value gap – ossia la sottrazione di risorse finanziarie rivenienti dalla pubblicità che le piattaforme realizzano ai danni dei media tradizionali sfruttando le opere prodotte da questi ultimi – ha assunto ormai dimensioni enormi, che sarebbe colpevole ignorare.

Tutto questo si riflette in termini catastrofici sulle quote di mercato della stampa.

Nel nostro Paese le tirature annue complessive dei quotidiani sono passate da 3,7 miliardi di copie nel 2007 a 1,1 nel 2020: addirittura il 70% in meno! Come si può pretendere che un Governo non pensi, avendone l’opportunità, di porre almeno parzialmente rimedio a questo gravissimo stato di cose?

Se dovessi proprio trovare un motivo di dissenso rispetto allo schema di decreto legislativo, mi riferirei piuttosto alla definizione degli snippet, secondo la quale, per non far sorgere l’obbligo di compensare gli editori, gli estratti devono essere tali da non dispensare dalla necessità di consultazione dell’articolo giornalistico nella sua integrità. Riterrei infatti più appropriato definire gli snippet come estratti non suscettibili di autonomo sfruttamento economico. Auspico quindi che una modifica in tal senso possa essere introdotta nel testo definitivo a seguito dell’esame parlamentare del provvedimento.

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