Sistema bancario

Tutela dei depositi, metodologie certificate e nuove direttive

di Salvatore Maccarone

(elmirex2009 - stock.adobe.com)

4' di lettura

Nel numero del 2 giugno scorso, il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo di Ignazio Angeloni che analizza la situazione della tutela dei correntisti da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, auspicandone un irrobustimento ed enunciando una serie di riforme di carattere normativo destinate a realizzare una maggiore tutela dei depositanti.

La ragione fondamentale per questo risiederebbe, ad avviso dell’autore dell’articolo, nel fatto che il Fondo «usa le sue risorse anche (in verità, quasi solo) non per garantire i depositi, ma per intervenire ex-ante a sostegno di banche che rischiano il dissesto», rendendosi così incapace di raggiungere nel
termine fissato dalla Direttiva (luglio 2024) il livello previsto dello 0,8% dei depositi protetti, tra l’altro cresciuti notevolmente durante la pandemia,
senza un corrispondente adeguamento del livello di dotazione del Fondo.

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Quelli analizzati da Angeloni sono temi delicati e attuali e meritano certamente attenzione e probabilmente qualche ulteriore riflessione, proprio a ragione della loro importanza.

Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi italiano – a differenza della maggior parte di quelli (obbligatori) dell’Eurozona – ha operato, nei primi 30 anni della sua storia, utilizzando per i propri interventi le disponibilità di volta in volta richieste alle banche partecipanti e da esse fornite nella misura necessaria in funzione dello specifico intervento: si finanziava, in sostanza, ex post e all’occorrenza.

Con l’entrata in vigore della Direttiva sui FGD le cose sono cambiate e a tutti i Fondi di garanzia è stato richiesto di capitalizzarsi ex ante, fino al raggiungimento nel 2024 dell’importo obiettivo. E questo è quello che il FITD sta facendo, sulla base di un piano di accumulo che viene aggiornato ogni anno e in occasione di ogni intervento, per tener conto delle risorse nel frattempo utilizzate e del crescere dei depositi; le quote a carico delle banche sono per questo crescenti e non vi è alcuna ragione per ritenere che a luglio 2024 lo 0,8% dei depositi protetti – quale che sarà allora il loro ammontare – non sarà raggiunto.

Certo, somme importanti sono state impiegate per gli interventi preventivi, che Angeloni ritiene però inopportuni, perché distraggono somme dalla garanzia dei depositi, che dovrebbe essere l’unico obiettivo del Fondo.

Il FITD non ha - evidentemente - alcun interesse al fatto in sé di risanare banche in dissesto; gli interventi preventivi sono uno strumento anch’essi, e molto efficace, di tutela diretta dei depositanti, certamente più efficace dell’eventuale rimborso (solo di quelli protetti, ovvero quelli di importo fino ad € 100.000) e in grado di evitare gli effetti gravi e diffusi di una liquidazione “non ordinata” su tutti gli stakeholders, le imprese affidate e in genere il territorio di riferimento.

Questo punto è stato più volte, e anche recentemente, ribadito dal Governatore della Banca d’Italia, nella convinzione che, soprattutto per le banche di minore dimensione, eventualmente anche in congiunzione con una provvidenza pubblica, gli interventi diversi dal rimborso dei depositi, quali quelli preventivi, risultano strumenti maggiormente adatti per la gestione delle crisi, in assenza di una normativa europea uniforme del diritto concorsuale bancario.

Angeloni nota peraltro che «verificare questa condizione (nda: il minor onere dell’intervento preventivo rispetto al rimborso dei depositi) però è difficile. Il costo del rimborso è misurabile e immediato, mentre quello di tenere in piedi una banca alle soglie dell’insolvenza è incerto e protratto nel tempo».

In realtà, in entrambi i casi esistono margini ineliminabili di incertezza; il “costo” del rimborso dei depositi dipende infatti dal realizzo dell’attivo di liquidazione e si conoscerà soltanto quando i riparti saranno stati completati e sarà rappresentato dalla differenza tra importo pagato e recuperi effettuati. Quello che si conosce subito è soltanto l’ammontare che il Fondo, “per cassa”, deve fornire entro 7 giorni per il rimborso dei depositi; il costo vero si saprà alla fine della liquidazione.

E in ogni caso, per verificare la condizione del minor onere degli interventi preventivi, vengono da tempo applicate metodologie consolidate e certificate.

Un riferimento ai numeri aiuta a inquadrare il fenomeno.

Il Fondo – escludendo dall’analisi le risorse imponenti utilizzate dallo Schema Volontario – per gli interventi preventivi realizzati a partire dal 2011, ha impiegato complessivamente risorse pari a € 1.516,9 milioni.

Se avesse invece rimborsato i depositi, avrebbe dovuto chiedere alle banche un versamento immediato di complessivi € 12.987,4 milioni (di cui circa € 8.000 milioni per Carige e oltre € 4.400 milioni per Popolare di Bari); ma si sarebbe trattato solo dei depositi protetti, mentre sarebbero rimasti non rimborsati depositi per la parte superiore a € 100.000 (per scelta del legislatore europeo) per ben € 4.000 milioni e depositi esclusi da qualunque ipotesi di rimborso per altri € 10.000 milioni.

Non è difficile immaginare quali conseguenze,
per tutti, si sarebbero prodotte se il Fondo, invece
degli interventi preventivi, avesse provveduto a rimborsare i depositi.

Angeloni enuncia anche alcuni provvedimenti strutturali che dovrebbero essere assunti per irrobustire la tutela dei depositi, compresa la sostanziale attrazione nella sfera pubblica del Fondo, la cui natura privata è stata peraltro recentemente e definitivamente affermata dalle corti europee (caso Tercas).

Il termine di riferimento – una sorta di benchmark ideale in questa materia – è quello della FDIC, ma questa prestigiosa istituzione, pur potendo ispirare meccanismi e modelli di intervento, è (ancora) troppo diversa dai nostri Fondi, per la sua lunga storia e l’integrazione completa nel sistema della Riserva Federale e per la garanzia dello Stato, enfaticamente espressa nel suo statuto.

E per di più, la FDIC gestisce le situazioni critiche utilizzando in prevalenza operazioni di cessioni di attività e passività delle banche in difficoltà, piuttosto che rimborsando i depositi.

Si tratta, come dicevo all’inizio di queste note, di problemi di non facile gestione e attirare l’attenzione su di essi è sicuramente opportuno, anche se in ordine alle soluzioni, come capita per tutti i problemi complicati, i punti di vista possono essere diversi.

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