rapporto Property Rights Alliance

Tutela della proprietà intellettuale, Italia 46esimo paese al mondo

Finlandia prima in classifica davanti a Svizzera e Nuova Zelanda. Nel Bel Paese «pesano» l’instabilità politica e la lunghezza dei procedimenti giudiziari. Un rischio la Nuova via della seta

di Fr.Pr.


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Funzionari della Gdf e della dogana impegnati nel sequestro di prodotti falsi. L’Italia è 46esimo paese al mondo per la tutela della proprietà intellettuale (Ansa)

2' di lettura

L’Italia sarà anche nel G7, ma di certo non in quello della tutela della proprietà intellettuale: il Bel Paese, all’interno di una ideale classifica mondiale dei marchi registrati, si colloca infatti soltanto in 46esima posizione. Dietro Bahrein e Giordana. Lo rivela l’ultimo report della Property Rights Alliance presentato mercoledì 16 ottobre a Manila, uno studio che stringe il focus su misura come viene tutelata la proprietà in oltre 129 Paesi, rappresentanti il 98 per cento del Pil mondiale e il 93 per cento della popolazione.

L’Italia porta a casa un punteggio finale di 6.1 su 10. Il distacco con i vertici della classifica è significativo. La prima della classe Finlandia, poi Svizzera, Nuova Zelanda, Singapore e Australia che occupano le prime cinque posizioni hanno tutte un punteggio superiore a 8.5. I Paesi del G7 mediamente hanno ottenuto un punteggio pari a 7,9. Dodicesimi gli Stati Uniti, 15esima la Gran Bretagna e 17esima la Germania. L’indice si compone di tre voci principali che riguardano il «sistema politico e giuridico», la «tutela dei diritti fisici» e la «tutela dei diritti intellettuali». L’Italia è insufficiente nella prima voce, soprattutto per quanto riguarda la stabilità politica e l’efficienza e l’efficacia della giustizia civile, oltre agli alti livelli di corruzione percepiti, mentre raggiunge una risicata sufficienza nelle altre due voci.

Nonostante il lieve miglioramento, secondo il report potrebbero sorgere nuovi problemi con l’ingresso dell’Italia nella cosiddetta «Belt and Road Initiative», ossia la «Nuova via della seta». Il made in Italy, infatti, è penalizzato dalla concorrenza sleale dei prodotti contraffatti che provengono per la maggior parte dalla Cina e da Hong Kong. Nel 2016 la perdita subita dalle aziende italiane a causa del falso Made in Italy è stata di 24 miliardi di euro, ossia il 3,2% delle esportazioni. L’apertura di una nuova «Via della Seta» potrebbe acuire questo fenomeno, facendo dell’Italia un punto di transito verso l’Europa per nuove merci contraffatte e danneggiando le imprese nostrane.

«I diritti di proprietà - spiega Pietro Paganini, presidente di Competere.eu, think tank che aderisce alla Property Rights Alliance - sono un indicatore chiave del successo economico e della stabilità politica, e una componente fondamentale dell’innovazione». Per il segretario generale di Competere.eu Roberto Race «è fondamentale che la difesa della proprietà intellettuale diventi una priorità per il Governo», mentre per il direttore del think tank Giacomo Bandini prima di proseguire sulla strada della Nuova via della seta «è necessario stabilire con la Cina degli standard di tutela della proprietà solidi e concordare attività di contrasto alla contraffazione che causa 24 miliardi di perdite per l'Italia e le sue aziende».

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