LE MOSSE DEI SOVRANISTI IN VISTA DELLE EUROPEE

Tutte le divisioni del gruppo di Visegràd a cui Salvini strizza l’occhio

di Andrea Carli

In occasione del viaggio a Varsavia Matteo Salvini ha incontrato il ministro dell’Interno polacco Joachim Brudzinski (foto Epa)

3' di lettura

Il gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), a cui il vicepremier leghista Matteo Salvini strizza l’occhio in vista delle europee di fine maggio è, al di là della resistenza al ricollocamento dei richiedenti asilo che li trova coesi, tutt’altro che un blocco unito.

Le divisioni all’interno di questo asse, nato nel febbraio del 1991 su iniziativa di tre paesi appena usciti dal blocco sovietico (Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia) e che oggi rappresenta 65 milioni di europei, vertono soprattutto su due dossier: l’aggancio all’Eurozona e i rapporti con la Russia. «Anche politicamente non è che ci sia tutta questa coerenza - osserva Gianni Bonvicini, consigliere scientifico dello Iai, l’Istituto affari internazionali -. In questo momento, ad esempio, Ungheria e Polonia sono in forte polemica con l’Ue, con la Commmissione e le istituzioni europee, ma se Varsavia fino ad ora ha ceduto alle pressioni europee, Budapest sembra resistere un po’ di più. Dall’altro lato la Slovacchia è filo Ue». I quattro dovranno trovare una sintesi se intendono giocare un ruolo di primo piano nella partita che si giocherà da oggi fino a fine maggio.

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Le perplessità legate all’adozione della moneta unica
Il primo nodo è in rapporto alla moneta unica europea. Se infatti la Slovacchia ha adottato l’euro nel 2009, per gli altri componenti del blocco l’ingresso nell’Eurozona è ancora un impegno formale inserito nel trattato di adesione all’Ue. Le cancellerie europee temono che queste economie non siano ancora pronte per l’ingresso nella moneta unica, e temono che si possano replicare nuovi “casi Italia e Grecia”, dove la rinuncia alla sovranità monetaria e alla flessibilità del cambio ha avuto ripercussioni sulla crescita delle economie dei due paesi. Dall’altra parte, questi paesi vedono questa soluzione come uno strumento che garantirebbe dei vantaggi sotto il profilo politico, con la possibilità di agganciarsi al duo franco tedesco, che si propone di porsi alla guida dell’Europa anche in vista dell’uscita della Gran Bretagna e di un minor coinvolgimento degli Usa nel vecchio continente.

La “camicia di forza” dei paletti europei
L’attuale classe politica polacca - nei giorni scorsi Salvini è volato a Varsavia per incontrare gli esponenti del PiS, il partito nazionalista a trazione conservatrice al governo - non vede di buon occhio né un’adozione rapida dell’euro né un avvicinamento a Parigi e Berlino. La linea prevalente a Varsavia prevede una rivisitazione della strategia di crescita fino ad oggi perseguita, nella direzione di un ruolo più rilevante dello Stato nell’economia, sia sul fronte del riacquisto di asset, sia su quello del protagonismo nelle politiche sociali. Tutte tendenze che poco si conciliano con le scelte e i paletti comunitari. La Repubblica Ceca, guidata dal primo ministro magnate Andrej Babiš, esprime scetticismo nei confronti dell’Europa. L’Ungheria sfrutta il tema della gestione delle politiche migratorie per consolidare la sua immagine di campione del sovranismo, argine contro l’immigrazione islamica. La Slovacchia è tra i quattro il paese più filo Ue (ha un suo rappresentante nella Bce). Lei e la Repubblica Ceca non seguono Budapest e Varsavia sulla strada del sovranismo illiberale. Ungheria e Slovacchia sono lontane sul tema della concessione della doppia cittadinanza per le comunità minoritarie interne agli Stati.

... e quelle nei confronti della Russia
Anche nel rapporto con la Russia le posizioni dei quattro paesi non collimano del tutto. La Polonia vede come fumo negli occhi qualsiasi ipotesi di dialogo e di collaborazione tra Bruxelles e Mosca. Dopo la crisi in Ucraina, Varsavia ha da una parte lavorato per un maggior coinvolgimento degli Usa nella Nato, anche e soprattutto in funzione anti russa. Dall’altra, sotto il profilo degli interessi economici, ha contrastato i tentativi promossi dalle aziende tedesche di trovare degli accordi con il Cremlino, soprattutto sul piano energetico. Totalmente diverso, invece, il caso dell’Ungheria di Viktor Orbàn, alla quale è stata rivolta l’accusa di essere portatrice e voce delle istanze anti occidentali care a Mosca. Cechia e Slovacchia invece tendono a non smarcarsi dalla linea europea e atlantica. Anche qui occorrerà trovare la quadra.

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