Musica

Tutte le rivincite del «folk»

di Riccardo Piaggio

4' di lettura

La Stagione del folk è l’estate profonda. Nel tardo luglio 1965 si verificò a Newport il primo vero tradimento della tradizione folk, quando il suo più grande innovatore, Bob Dylan, imbracciò una chitarra elettrica. La Summer of love, il cui cinquantenario si celebra in questi giorni, fu la cerimonia iniziatica di un modo di fare musica che ha cambiato il mondo, senza farne mai veramente parte. È tempo dei bilanci, per la musica folk e per i suoi protagonisti. Un genere, nato nella sua forma attuale oltre un secolo fa per celebrare epiche minoritarie, che si è trasformato in pochi decenni in una grande rivoluzione sincretica. Ci sono stati anni (decenni) in cui la musica pop internazionale usava gli ingredienti e le radici del folk, impiantandoli in rime e suoni facili, per un consumo veloce e sovente banale. Le cose sono cambiate, il pop sta cominciando a fare i conti con la propria storia e con i mondi, a volte insospettabilmente vicini, del rock e della musica elettronica. Così, il folk sta nuovamente tornando ad essere una musica minoritaria. Con una novità: in questi anni comincia ad affermarsi una tendenza curiosa; provate ad ascoltare alcuni omaggi alle musiche della tradizione folk da parte dello star system del pop, del jazz e del rock. Si tratta di temporanee conversioni di artisti di ben altre latitudini. Cose più o meno recenti, ma che raccontano il possibile destino della musica popolare. Partendo dal jazz, universo molto lontano dalla tradizione della musica popolare, ci sono le Folk Songs (2009) e soprattutto il capolavoro Nashville (1997) del chitarrista Bill Frisell (oltre alle collaborazioni con dive del country come Lucinda Williams e addirittura del bluerass come Alison Krauss), ma già nel 1967 il vibrafonista pioniere della fusion Gary Burton spiazzava i melomani in cerca di furiose improvvisazioni con un delicatissimo album country-bluegrass, Tennessee Firebird (insieme al chitarrista, virtuoso del fingerpiking, Chet Atkins, che fu poi compagno di viaggio di un’altra icona rock, Mark Knopfler dei Dire Straits). Viceversa, i Pizza Tapes (2000) del geniale trio Garcia-Rice-Grisman, campioni del folk psichedelico, offrono imperdibili trattamenti bluegrass di standard jazz. Sul web sono invece disponibili le Backyard Sessions di Miley Cyrus, popstar che nel 2012 rese un credibilissimo omaggio alla musica folk e a cui si deve, insieme a Johnzo West, una delle più belle cover di una canzone di Dylan, «You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go». Quanto al folk, quello vero, l’estate porta con sé alcune novità, opere che raccontano la vocazione primaria e irrinunciabile della musica popolare, la cui vera definizione fu condivisa dall’inventore del folk-revival Alan Lomax e dal sociologo Richard Middleton (Studiare la popular music, Feltrinelli, 2001): è musica folk se è comunitaria, minoritaria e se racconta qualcosa di vivo, a costo di tradire continuamente se stessa. Perché popular music non significa pop e folk non significa folklore. Il folk suona dove tira vento. Proviamo dunque a immaginare una parziale rosa dei venti del folk di mezza estate, a cinquant'anni dalla sua grande epifania sociale. A ovest, «The Natalie Merchant Collection», box set di dieci CD, racconta tre decenni di musica (i primi otto album) di una voce che riassume l’epopea folk; il nono album è un inedito con quattro nuovi brani e sei nuove versioni di classici, mentre l’ultimo raccoglie le cose più rare, i famosi scarti d’autore con cui si compongono da sempre gustose minestre del giorno dopo. La ragazza, all’anagrafe Mercante (Sicilia), attiva nella difesa dei diritti degli indiani d’America e testimonial di Amnesty, rappresenta l’anima dark, addirittura vittoriana, del folk, lontana dalle atmosfere rassicuranti dello stile Nashville e dalla luminosità sonora del folk west-coast. È il bello del folk, tutt’altro che fenomeno monolitico e statico, lontano dalla comoda leggenda della musica fatta con tre accordi e una voce (stonata). Dalla parte opposta, a est, ci sono gli ucraini Gogol Bordello, inventori (insieme a Bregovic, con cui hanno collaborato) di uno stile gypsy-punk, con un nuovissimo album “Seekers And Finders”, compiutamente folk nella vocazione, completamente punk nel suono (raccogliendo l'eredità degli irlandesi Pogues). A sud (ovest), la cantante argentina La Yegros e l’ensemble colombiano Puerto Candelaria (entrambi ospiti domenica prossima 17 agosto, all’Ariano Folk Festival) mostrano l’estrema vitalità della musica popolare sudamericana, per anni in qualche modo succube della nouvelle vague (creativa e soprattutto produttiva) del folk africano. Infine, a nord, il polistrumentista tedesco Stephan Micus (l’elenco degli strumenti è questo: balanzikom, Nyckelharpa, basso, zithers, shakuhachi, voce, steel string guitar, genbri) firma l'ennesimo capolavoro ECM, un album enciclopedico, ancestrale e rarefatto come un'aurora boreale, anche qui folk perché vivo, minoritario e, soprattutto, carico di memorie tradite. Che a volte pesano ma ci costringono a fare i conti con ciò che siamo, o avremmo voluto essere. Il folk è come quei reparti dei supermercati quasi concepiti per non attirare clienti, perché lì ci sta la roba più cara, ma anche quella “senza” (zucchero, sale, grassi). Ci si avvicina solo se si è cresciuti con qualche intolleranza (alimentare o culturale); o dopo che (eventualmente) lo consiglia il medico. Ma a quel punto è tardi. Per tutto il resto, c’è il pop.

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