tensioni nel centrosinistra

Tutte le scissioni nel Pd, cinque divorzi in 10 anni di storia

di Andrea Marini

3' di lettura

Il Pd, partito nato nel 2007 con l’obiettivo di unire l’anima post-comunista e quella cattolica della sinistra italiana, in dieci anni di storia è stato attraversato già da cinque scissioni. Sembra un paradosso, ma la scia degli addii non è escluso che possa allungarsi ancora. Il 19 luglio Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e una quarantina di parlamentari Pd hanno incontrato Giuliano Pisapia, ed è significativo che i promotori si siano subito affrettati ad escludere ogni ipotesi di «prove tecniche di una nuova scissione». Ma anche Pier Luigi Bersani nel 2015 diceva «tre volte mai» alla scissione, e poi tutti sanno come andò a finire.

Il primo addio: Francesco Rutelli
Il primo a lasciare il Pd, due anni dopo la sua fondazione, è stato proprio uno dei suoi padri costituenti, Francesco Rutelli. Già presidente della Margherita e candidato premier dell’Ulivo nel 2001, lasciò il partito dopo l’arrivo alla segreteria Pd di Pier Luigi Bersani a fine 2009. «Non ho nulla contro un partito democratico di sinistra, ma non può essere il mio partito», disse l’ex sindaco di Roma. Rutelli fondò poi il movimento Alleanza per l’Italia con l’obiettivo di creare un terzo polo tra centrosinistra e centrodestra.

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Lascia il cattolico Mario Adinolfi
Nel 2011 è un altro esponente dell’area cattolica a lasciare il Pd. Il giornalista e blogger Mario Adinolfi, già candidato alla segreteria nel 2007. Anche la sua è una critica contro Bersani e un partito che è tornato a «essere il Pds». Adinolfi lascia il Pd, ma allo stesso tempo appoggia “da fuori” l’azione di rinnovamento dell’emergente Matteo Renzi. Il blogger e giornalista fonderà poi nel marzo 2016 un partito politico, Il Popolo della Famiglia, caratterizzato per la battaglia contro «le unioni civili omosessuali».

Pippo Civati e la nascita di Possibile
Con la vittoria di Renzi e la sua conquista della segreteria Pd a fine 2013 è la sinistra interna a entrare in fibrillazione. Il primo ad andarsene è Pippo Civati, che paradossalmente proprio con Renzi aveva dato vita ai «rottamatori» del Pd. La goccia che fa traboccare il vaso è per Civati l’approvazione dell’Italicum nel 2015: «C’è stato il Jobs Act, lo Sblocca Italia, un inquietante decreto sul fisco smentito solo un po’, la riforma della scuola che ha unito tutti gli insegnanti che votavano il Pd (dall’altra parte)».

L’addio di Fassina e D’Attorre
Ma Civati è solo il primo sassolino. Lo smottamento prosegue con l’addio di Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre, deputati dell’allora minoranza bersaniana. L’accusa al Pd è sempre la stessa, quella di aver «cambiato natura» e di essere diventata una «forza centrista». Questa volta la separazione è più dolorosa, perché dà vita a «Sinistra italiana» un nuovo gruppo parlamentare della sinistra, composto da 31 deputati (i 25 di Sel e 6 ex Pd).

L’addio dei bersaniani e la nascita di Mdp
La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale del 4 dicembre, con le sue dimissioni da premier e da segretario Pd e la successiva candidatura a leader del Pd, portano alla definitiva rottura con la minoranza bersaniana. Il 25 febbraio 2017 nasce Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista, i cui leader sono Roberto Speranza, Arturo Scotto, Enrico Rossi e Pier Luigi Bersani. A questi si uniscono anche Massimo D'Alema e Guglielmo Epifani. Entrano anche esponenti di Sel: in tutto sono 42 deputati e 16 senatori. Il gruppo appoggia ufficialmente il governo Gentiloni, ma con fibrillazioni continue soprattutto per i provvedimenti che devono passare al Senato, dove la maggioranza si regge su pochi voti.

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