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Tutti contro Bernie Sanders nella sfida tv dei democratici

Il vecchio senatore assediato dai candidati è stato il mattatore nell’ultimo dibattito prima del Super Martedì quando si voterà in un terzo degli Stati Uniti

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


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(AFP)

5' di lettura

NEW YORK - I millennials pro-Bernie si sono dati appuntamento nei salotti con birre e popcorn per guardare ieri sera in tv, come fosse una partita, l'ultimo dibattito televisivo tra i sette candidati democratici prima delle primarie di sabato in South Carolina e soprattutto del Super Martedì, il 3 marzo, quando si voterà in un terzo degli Stati Uniti per scegliere chi sfiderà Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Dieci punti di vantaggio nei sondaggi
Bernie Sanders è in testa con dieci punti di vantaggio nei sondaggi nazionali e ha vinto le prime tre tornate di primarie in Iowa, New

Hampshire e Nevada. Il fronte moderato dei democratici è debole al momento, diviso tra troppi candidati: Joe Biden, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e l'ultimo arrivato Michael Bloomberg. Nella sfida televisiva su Cbs la preda era lui, il vecchio rivoluzionario. E non poteva essere diversamente, con i candidati moderati sul palco che hanno tentato in tutti i modi di mettere in difficoltà il senatore socialista.

Concorrenti all’attacco
Sanders è il candidato che ha il maggior seguito popolare. Ha incassato i colpi e si è difeso, a scapito dei suoi 78 anni, con lucidità. Sono apparsi a tratti più lenti e impacciati con i tempi televisivi sia Bloomberg che Biden. Tutti contro Sanders dunque che ha ribattuto colpo su colpo. A chi lo accusava di aver votato in passato leggi che sostenevano i produttori di armi, il senatore del Vermont ha glissato abilmente con un «ora è arrivato il momento di cambiare. L'agenda del Senato non può essere dettata dalle lobby degli armamenti». Sanders si è dovuto difendere dalle accuse di essere aiutato dalla Russia e di aver sostenuto il regime cubano di Fidel Castro ma soprattutto dal portare avanti un'agenda progressista che rischia di far vincere nuovamente Donald Trump: «Io sono l'unico qui dentro ad aver battuto Trump in diversi stati». A chi gli chiedeva delle sue origini ebraiche e della sua posizione su Israele, il senatore del Vermont ha spiegato di aver vissuto diversi mesi a Israele ma che non condivide le politiche dell'attuale governo: «Io sono ebreo ma sono contro le politiche bianche e razziste di Bibi Netanyahu».

La chicca finale è stata quando gli è stato chiesto quale pensa che sia il principale pregiudizio su di lui: «Io non sono radicale», ha detto «le mie battaglie sono cose normali in tanti posti del mondo». E ha citato una frase di Nelson Mandela: «Sembra sempre impossibile fino a quando non viene realizzato», per ricordare la sua corsa alla Casa Bianca e la passione con cui sta conducendo la sua campagna elettorale e l’enorme seguito popolare «per dare voce alla gente, ai latino, ai black», che in South Carolina rappresentano molta parte dei votanti.

Elizabeth Warren, l’altra candidata progressista, è tornata ad attaccare Bloomberg, che ha dovuto nuovamente incassare le accuse di sessismo e discriminazione sul luogo di lavoro. Ma anche quelle di aver fatto affari con la Cina e di non voler svelare le sue dichiarazioni fiscali.

La sfida con Bloomberg

Bloomberg che è in ascesa nei sondaggi ed è ormai al terzo posto dietro Sanders e Biden, ha ricordato i suoi successi da sindaco di New York, dell'aspettativa di vita delle persone aumentata di tre anni alla fine dei suoi dodici anni da sindaco, delle scuole pubbliche di eccellenza. «All'inizio del mio mandato non c'era nessun college di Ny tra i primi 25 del paese, quando ho finito di fare il sindaco erano 23 le scuole di New York in classifica». Sanders gli ha riconosciuto il valore delle sue battaglie contro la lobby delle armi attraverso la sua fondazione. E Bloomberg ha ricordato a chi gli chiedeva dei suoi programmi per la salute e la lotta all'obesità che è stato lui sindaco di New York a introdurre per primo il divieto di fumo nei locali pubblici. «Da New York questa norma è stata adottata in tutti gli Stati Uniti, poi in Europa e perfino in Medio Oriente oggi non si fuma nei locali pubblici».

Sanders e Bloomberg in ogni caso sono stati i due protagonisti della serata. E si preparano a sfidarsi per la nomination. «Il partito democratico rischia di essere rappresentato o da un democratico socialista o da un miliardario che è stato repubblicano fino all'altro ieri» ha attaccato Biden che ha cercato di riprendersi un po' di consensi parlando alla comunità afroamericana in vista del voto di sabato in South Carolina: «Sabato vincero io». L'ex vice presidente di Obama è davanti nei sondaggi ma rischia di essere superato dal vecchio senatore socialista anche qui e di vedere così evaporare la sua candidatura.

Un caos gradito a Trump
In alcuni tratti la serata è sembrata fuori controllo, con i candidati che non rispettavano i tempi, interrompevano, continuavano a chiedere la parola. Il risultato è stata una serata caotica, un po' noiosa, in cui a tratti i moderatori non riuscivano a farsi rispettare. Con grande gioia del presidente Donald Trump e di molti repubblicani che su Twitter in tempo reale esultavano per le divisioni dei litigiosi e frammentati democratici.

Trump è stato preso di mira da tutti i candidati dem in un duello a distanza sulla vicenda del coronavirus, dopo che l'agenzia federale sulle epidemie ha lanciato l'allarme per una diffusione certa dei casi anche negli Stati Uniti, per le lacune nella gestione dell'emergenza da parte della Casa Bianca e gli stanziamenti tardivi e insufficienti.

Alla fine strette di mano, sorrisi, Warren che cita un passo del Vangelo di Matteo - «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» – per spiegare il suo modo di concepire la politica. Buttigieg che parla anche lui di politica come servizio. Parole, proclami, slogan. Con il vecchio senatore Sanders che emerge sempre di più come una sorta di Pertini americano, socialista indisciplinato un po' rumoroso e irascibile ma che continua a conquistare consensi. Un mattatore che ormai fa paura agli altri candidati. I prossimi giorni saranno decisivi. Il voto del Super Martedì dirà se sarà lui il candidato dei democratici. Intanto il nonno rivoluzionario continua a incassare endorsement dai sindaci delle grandi città americane e dai parlamentari dem, dopo quello di Alexandra Ocasio Cortez e di Bill de Blasio. L'ultimo eccellente è quello del reverendo Jesse L. Jackson che ha sposato l'agenda progressista di Sanders e Warren «contro la violenza economica»: «Rappresentano la direzione del partito, parlano dei problemi e delle difficoltà che vivono le persone. E i democratici cominciano a capire che socialismo democratico non significa comunismo, il socialismo dell'Est Europa».

Alla fine del dibattito Sanders e Warren si salutano ed escono dal palco vicini, camminando uno a fianco all’altro. Come se avessero già deciso di unire le forze.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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