Perché l’economia globale si sta frantumando

Tutti i danni degli egoismi nazionali

di Marco Onado


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Disegno di Franco Matticchio

4' di lettura

C’è un filo rosso che lega le tante crisi finanziarie che abbiamo vissuto negli ultimi decenni fino a quella più grave di tutte, esplosa nel 2007. È l’incapacità dei governi dei principali Paesi di agire in modo coordinato per attenuare gli inevitabili impulsi destabilizzanti dei movimenti di merci e di capitali. Oltre una certa soglia, fatalmente gli interessi nazionali prevalgono su quelli generali. Un problema che i Paesi che uscivano vincitori dalla Seconda guerra mondiale avevano cercato di risolvere con il sistema monetario di Bretton Woods che ha assicurato quasi tre decenni di espansione senza precedenti. E la prima crepa nell’edificio internazionale si produsse proprio quando gli Stati Uniti decisero unilateralmente di porre fine a quell’ordine nell’agosto del 1971.

Altre crepe, non meno profonde si sono aperte da allora nel sistema globale: crisi ricorrenti che hanno di volta in volta colpito aree importanti come Messico, Argentina, l’Est europeo, il Sud-Est asiatico fino al botto finale della Grande crisi finanziaria. Non meno vistose sono le crepe che si sono aperte nella costruzione europea e che sono venute alla luce in modo drammatico negli ultimi anni.

Fabrizio Saccomanni, che ha vissuto nelle massime istituzioni internazionali (ma soprattutto in Banca d’Italia dove è arrivato alla carica di Direttore generale) ci illustra con tono piano ed occhio critico ciascuna di queste crepe. Come dice con ironia, era addirittura «presente alla disgregazione», in quanto giovane economista dell’Fmi ai tempi della storica dichiarazione di Nixon. L’opposto del “presente alla creazione” con cui un funzionario americano che aveva partecipato alle mitiche tre settimane di Bretton Woods intitolò le sue memorie.

Egli è stato fra i primi a denunciare lo squilibrio fra “tigri globali e domatori nazionali” come diceva il titolo di un suo importante libro. La sua analisi di oggi è lucida e coraggiosa sia sulla politica internazionale, sia sulla teoria economica. Le crepe si producono ogni volta che gli interessi nazionali bloccano il funzionamento efficiente dei meccanismi e delle istituzioni internazionali che dovrebbero garantire l’interesse generale. Come disse cinicamente il segretario al Tesoro di Nixon nel 1971: «tutto è bene ciò che finisce». Pazienza se finisce male per tanti. Parole che trovano una sinistra eco nelle ancora più ciniche dichiarazioni dell’amministrazione Trump secondo cui il mondo non è una comunità globale, ma un’arena in cui le nazioni competono in base alla loro forza.

Il problema dell’indebolimento delle istituzioni sovranazionali di fronte agli interessi contingenti dei singoli Paesi è ovviamente ancora più grave in Europa: le crepe che si sono prodotte nella costruzione comunitaria, impietosamente messe a nudo dalla crisi finanziaria, sono ancora più gravi perché compromettono la stabilità dell’edificio nato anch’esso dalla Seconda guerra mondiale per assicurare un futuro di pace e progresso comune.

La teoria economica dominante ha per lungo tempo fornito un alibi alla perdita di peso della cooperazione internazionale affidando solo al mercato la fissazione dei cambi e la dimensione dei flussi di capitale a lungo e breve termine. Oppure omettendo di avvertire i pericoli di un’unione monetaria senza vigilanza bancaria comune e senza adeguati meccanismi di equilibrio fiscale. Questo sistema ha però generato fasi di euforia finanziaria con eccessiva creazione di credito che sono sfociate in altrettante crisi che hanno imposto affannosi, e spesso vani, tentativi di riduzione del debito, con effetti devastanti per la crescita e la distribuzione del reddito. Era nato l’andamento boom and bust dell’economia mondiale durato fino ai nostri giorni.

Saccomanni ci fa capire che il problema non è la diagnosi: il G-20 di Pittsburgh del 2009 aveva dichiarato enfaticamente di voler «voltare pagina su un’era di irresponsabilitàe adottare un insieme di politiche, regole e riforme che possano venire incontro alle necessità dell’economia globale del XXI secolo». I più autorevoli economisti hanno sottolineato la necessità di fondare una nuova Bretton Woods per l’ordine internazionale. Altri studiosi e qualche coraggioso rapporto ufficiale europeo (fra cui uno firmato proprio da Saccomanni e Tommaso Padoa-Schioppa) hanno indicato la necessità di accelerare decisamente nella costruzione europea per arrivare ad un’autentica dimensione sovranazionale del bilancio comunitario e della politica fiscale.

Il giudizio sulle misure finora prese è però tanto coraggioso quanto pessimista. Per quanto riguarda cambi e movimenti di capitale, ad esempio la conclusione è lapidaria: «Alla domanda se i governi abbiano ripreso il controllo del sistema monetario internazionale, la mia risposta non può che essere negativa». Oppure alla domanda se l’Europa si sia dotata degli strumenti per condurre una politica anticiclica a sostegno della domanda, «la risposta schietta èno, oppure, piùgarbatamente, non ancora».

Non si deve però credere che il messaggio finale e il tono generale dell’opera siano dominati dal pessimismo. Saccomanni ci mostra i problemi con lo stesso occhio e la stessa passione civile del servitore dello Stato che ha cercato in tutte le sedi di realizzare un disegno coerente nell’interesse generale, tenendo la barra dritta anche nelle tempeste più intense. I problemi sono gravi, egli ci dice, ma non sono certo le soluzioni che ci mancano e non dobbiamo scoraggiarci se il quadro politico attuale sembra particolarmente avverso. L’ottimismo, diceva Winston Churchill, sta nel vedere opportunità in ogni pericolo e Saccomanni ci invita a continuare ad impegnarci e lottare con lo stesso spirito per superare gli egoismi nazionali.

Crepe nel sistema. La frantumazione dell’economia globale, Fabrizio Saccomanni, il Mulino, Bologna, pagg. 200, € 18, in questi giorni in libreria

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