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Tutti i motivi che spiegano la corsa dei gestori al debito emergente

Nonostante i rischi di rallentamento dell’economia globale i bond emergenti continuano ad essere molto gettonati dagli investitori istituzionali. Ecco le opportunità, i rischi e i fattori da tenere d’occhio nel valutare questa classe di investimento

di Andrea Franceschi

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(Epa)

5' di lettura

I venti di “deglobalizzazione” alimentati dalla controversia sui dazi aperta dall’amministrazione Trump non sembrano finora aver penalizzato sui mercati le economie che in questi anni hanno più di altre beneficiato della crescita degli scambi commerciali frutto della globalizzazione: quelle dei Paesi emergenti. Stati Uniti e Cina si apprestano a firmare un accordo per sanare almeno una parte delle questioni aperte in tema di commercio. Ma questa schiarita sul fronte dazi, che ha dato la spinta alle Borse mondiali, è arrivata solo di recente. Per buona parte dell’anno gli investitori sono rimasti in balia dell’incertezza sul tema dei dazi. In questo contesto i mercati emergenti, potenzialmente una delle classi di investimento più vulnerabili in caso di “deglobalizzazione”, hanno dato tuttavia prova di una notevole resistenza.

Non tanto sul fronte azionario (l’indice Msci Emerging Markets da inizio anno ha registrato un rialzo del 10% contro un +20% dell’indice azionario globale Msci World).

Quanto su quello del reddito fisso: da inizio anno l’indice Bofa ML Emerging Markets Sovereign Bond ha guadagnato quasi il 7,5% facendo meglio dell’analogo indice dei bond sovrani “sviluppati” che da inizio anno ha guadagnato il 5,39 per cento. Se poi si allarga il campo di osservazione ai bond societari e ai titoli in valuta locale i guadagni sono superiori al 10 per cento.

Da inizio anno - calcola Epfr Global - i fondi che investono in debito emergente hanno registrato flussi netti in entrata per oltre 36 miliardi di dollari con una crescita delle masse gestite del 7,7 per cento. L’Institute of international finance, che pubblica mensilmente una statistica sui flussi di capitale netti in bond azioni emergenti che tiene conto anche di altri canali oltre a quello dei fondi comuni, ha censito flussi positivi per tutti i mesi dell’anno con la sola eccezione di agosto. Il grosso dei capitali esteri si è riversato sul reddito fisso. Per dare un’idea delle proporzioni si può citare la statistica sul mese di ottobre che ha visto le economie emergenti attrarre dall’estero 22,5 miliardi di investimenti di portafoglio netti suddivisi in 21,3 miliardi netti sui bond e 1,2 in azioni.

La prospettiva di un rallentamento dell’economia mondiale correlato all’incertezza sui dazi ha penalizzato il segmento azionario mentre sul fronte obbligazionario sembra quasi che l’effetto sia stato l’opposto. Questo è successo perché la reazione delle maggiori banche centrali (Fed, Bce e Bank of Japan) ai segnali di peggioramento della congiuntura è stata all’insegna del rilancio delle politiche espansive. La Fed, che fino a novembre dello scorso anno pareva orientata a proseguire sulla strada del rialzo dei tassi, ha messo in atto una brusca inversione di rotto optando per la via del taglio dei tassi annunciando ben tre riduzioni del costo del denaro. L’ultima sforbiciata è stata comunicata al direttivo di ottobre.

Questa mossa, come noto, ha dato una notevole spinta al mercato obbligazionario. Questo fatto, unitamente alla crescita esponenziale dei titoli a rendimento negativo (in particolare in Europa) ha spinto gli investitori a cercare altrove il rendimento. I bond emergenti, insieme a diversi altri titoli come i bond societari ad alto rendimento (high yield), i bond subordinati bancari o gli stessi BTp italiani , sono stati i principali beneficiari di questa corsa al rendimento. Sia nel caso dei bond emergenti denominati in valuta forte sia nel caso di quelli in valuta locale i rendimenti, che oggi viaggiano mediamente intorno al 5%, sono significativamente superiori alla media del mercato obbligazionario “sviluppato” che oggi rende in media poco più di mezzo punto percentuale.

La caccia al rendimento tuttavia non è il solo motivo alla base di questo interesse degli investitori per i bond emergenti. «Stiamo assistendo a un chiaro miglioramento dei fondamentali su diversi mercati - spiega Claudia Calich, manager del fondo M&G (Lux) Emerging Markets Bond di M&G Investments che nota come, a livello societario, si sia è registrata nel 2018, una crescita media di oltre il 15% del giro d’affari e di oltre il 25% della marginalità lorda (Ebitda). «Ad oggi - nota Calich - le aziende dei Paesi emergenti hanno una leva finanziaria (rapporto tra debito e attività ndr.) più basso di quelle statunitensi. A differenza di quanto accaduto tra il 2015 e il 2016 poi il tasso di insolvenza sul debito è più basso di quello che si registra negli Stati Uniti».

BOND EMERGENTI E SVILUPPATI

Performance a confronto degli indici dei bond sovrani dei Paesi emergenti e sviluppati da inizio anno. Dati in percentuale. (Fonte: S&P Market Intelligence)

I mercati emergenti sono notoriamente una classe di investimento ad alto rischio e guardando al futuro gli elementi di rischio non mancano. Uno su tutti quello di una possibile recessione a livello globale in conseguenza di una guerra commerciale. Ma questo rischio, come abbiamo visto, non pare immediato. In parte perché Stati Uniti e Cina sono tornati a parlarsi e sono prossimi a firmare un accordo. In parte perché la politica espansiva delle banche centrali ha contribuito a mitigarne gli effetti collaterali.

Se a livello macro il quadro pare tutto sommato favorevole la difficoltà, per i gestori, è semmai fare i conti con il ”micro” : «Il rischio più difficile con cui fare i conti - spiega Calich - è quello politico: ci sono Paesi come l’Argentina, la Turchia o il Libano che negli ultimi mesi hanno sofferto fasi di incertezza e volatilità. Evitare di farsi prendere in contropiede da queste tempeste locali è il primo imperativo. In questo contesto fare la giusta selezione e bilanciare bene il portafoglio è fondamentale».

BORSE EMERGENTI E GLOBALI A CONFRONTO

Indici Msci EM Markets e Msci World da inizio anno. <i>Dati in percentuale.</i> (Fonte: S&amp;P Market Intelligence)

Un fattore che al momento non sembra destare particolare preoccupazione è quello dell’inflazione. «Le ultime rilevazioni sui prezzi degli articoli in vendita online effettuate da Pricestats - spiega Antoine Lesné, responsabile strategia e ricerca di SPDR ETFs (gruppo State Street) - indicano una netta frenata dei prezzi al consumo in buona parte delle economie emergenti (Brasile e Turchia soprattutto). Abbiamo ragione di credere che in questo contesto le banche centrali dei Paesi emergenti siano maggiormente propense ad evitare strette al costo del denaro».

Una politica espansiva da parte delle banche centrali locali può essere un’arma a doppio taglio per chi investe in obbligazioni emergenti. I tassi bassi tendono a comprimere i tassi del mercato dei bond in valuta locale sostenendo quindi le quotazioni ma al contempo potrebbero contribuire a indebolire la valuta locale in cui sono denominati. Al momento pare tuttavia non pare che le valute emergenti stiano soffrendo particolarmente: l’indice Msci EM Currency da inizio anno risulta in rialzo dell’1,68 per cento. Le pressioni al ribasso sulle valute emergenti sono probabilmente state controbilanciate dal dollaro che, in scia ai tre tagli dei tassi Fed, si è mantenuto relativamente stabile rispetto alle principali controparti.

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    Andrea Franceschiredattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Mercati, finanza, bond, azioni. obbligazioni, titoli di stato, banche, borsa, politica monetaria, Bce, Fed, tassi

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