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Tutti pronti a cavalcare la Biennale

di Angela Vettese


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. Jimmie Durham, «Musk Ox», 2017. L’artista americano sarà presente alla prossima Biennale di Venezia

5' di lettura

Noi italiani dovremmo amare la Biennale di Venezia, nata nel 1895 e ancora in fase di sviluppo, giacché nel nostro Paese è l’unica struttura per l’arte contemporanea riconosciuta nel mondo. È la nostra sola voce riconoscibile, nel brusio di altre mostre periodiche nate dopo di lei, fiere ovunque, migliaia di musei che sorgono come funghi e centinaia di fondazioni private con fondi abnormi. Invece ne diciamo di tutto: che è noiosa, passatista, anacronistica, prona al mercato. Tra le trecento biennali oggi esistenti, però, resta quella presso la quale gli artisti agognano maggiormente un premio: il Leone d’Oro è un punto d’arrivo per tutti. Se dato alla carriera, poi, è una sorta di Nobel che parla anche di chi ha deciso di assegnarlo.

Per spiegare lo spirito della 58ma edizione, che vedremo dall’11 maggio in poi, partiamo dunque da questo riconoscimento che è stato offerto allo scultore, poeta, saggista Jimmie Durham (1940), nativo americano - ha combattuto con l’American Indian Movement – scoperto soprattutto dopo la sua partecipazione alla Documenta del 1992, curata da Han Hoet con precoce spirito interculturale. La sua poetica si incentra da sempre su forme che mostrano forza e debolezza, imperfezioni volute, dichiarazioni di resistenza flessibile ma anche addolorata e sarcastica. Nessuna appartenenza politica specifica, però, nemmeno a un luogo: dopo che negli Stati Uniti ha vissuto in Francia, in Germania, in Italia e altrove. Il suo vessillo è quello di chi sa togliere e mettere radici ovunque, sapendo che l’identità risiede dentro di noi e nella rete di relazioni affettive che tessiamo, sovente impermeabili ai luoghi.

La scelta di Durham ci dice molto anche del curatore della Biennale, Ralf Rugoff, attivo a Londra come direttore della Hayward Gallery (dal 2006) ma anche curatore di alcune mostre importanti, legate al tema dell’uomo nel suo riconfigurarsi in epoca tecnocentrica, tra cui ricordiamo The Human Factor (2014) sulla scultura relativa al corpo umano e The Infinite Mix (2016) sulla scultura ambientale e immersiva. È stato anche responsabile di eventi come la Biennale di Lione (2015) e di centri che ha contribuito a inventare come il Wattis Institute di San Francisco. Penna lucida, ha scritto per il Financial Times, e per le migliori riviste d’arte, tra cui «Artforum», «Frieze» e «Parkett» (che l’università italiana ha peraltro dimenticato di inserire tra quelle più affidabili).

Ciò che propone a Venezia è una rassegna con la metà degli artisti presenti nelle edizioni passate, la cui presenza sarà però raddoppiata perché ciascuno avrà a disposizione sia la sede dei Giardini sia quella dell’Arsenale. Tutti sono infatti stati chiamati a dare un doppio punto di vista sul mondo, rispondendo all’augurio minaccioso «Possa tu vivere in tempi interessanti» che è anche il titolo generale della rassegna: una battuta che sottolinea la difficoltà insita in ogni momento di transizione, attribuita a un saggio cinese forse mai esistito; in effetti il detto è stato utilizzato da personalità che vanno da sir Austen Chamberlain ad Albert Camus, Robert Kennedy, Hillary Clinton.

L’idea sottesa alla doppia opera non è che la realtà non esista e che quindi se ne possa dire ciò che si vuole, come un testo vanificato dalle opinioni su di esso. Se nei tempi del pensiero postmoderno si poté pensare che la verità fosse sempre soltanto un’opinione, nei giorni delle fake news e della manipolazione volontaria delle informazioni è necessario riconoscere che i fatti esistono, da un lato, e dall’altro che qualsiasi interpretazione dogmatica è destinata a sfociare in una sorta di cecità, inconsapevole o guidata da altri. È possibile vedere le cose da molti punti di vista, anzi ciò è necessario per mantenere uno sguardo critico, laddove qualsiasi adesione a regole troppo rigide, soprattutto quelle dettate dalla paura dell’altro e del cambiamento, è un modo per comprimere l'intelligenza.

    La mostra sarà ovviamente internazionale e lascerà l’enfasi sulle culture locali ai padiglioni. Chi si è scandalizzato perché nella lista delle presenze compaiono pochi artisti italiani avrà, appunto, una mostra specifica a cura di Milovan Farronato. In questo rispetto per i padiglioni, Rugoff è attento alla storia stessa della Biennale, che ha saputo rinnovarsi ogni qual volta ha osato preservarli contro le molteplici critiche. Inoltre, sa che è importante presentare una struttura curatoriale diversa e audace, capace di fare la differenza rispetto alle esposizioni concorrenti: come nel 1993, quando Achille Bonito Oliva espanse il principio della mostra “multicellulare” (così aveva definito la Biennale il critico Lawrence Alloway); come nel 1999, quando Harald Szeemann la fece diventare una sorta di montaggio cinematografico in cui le opere si rincorrevano come scene in una narrazione filmica; come nel 2015, quando Okwui Enwezor ne ripristinò un centro a forma di arena in cui le attività performative, ma anche letture, dibattiti e rappresentazioni musicali, si succedettero dando sostanza teorica all’assommarsi delle opere. Paolo Baratta, il presidente della Biennale che sta forse dirigendo la sua ultima edizione dopo vent’anni dal suo arrivo, ne ha parlato come un luogo di “rivoluzione permanente”, adatto a un pubblico che in media ha meno di 26 anni.

    Cosa vedremo dunque? Difficile immaginarlo, a parte alcune anticipazioni fatte dal curatore stesso, il quale punta a una mostra in cui sia chiaro, citando Leonardo e Tolstoj più che una vaga spiritualità new age, che «ogni cosa è connessa a tutte le altre» e che non si deve prescindere da un coinvolgimento ludico del pubblico. Nelle parole di Rugoff, «è quando giochiamo che siamo più compiutamente umani». Giocare significa anche e soprattutto comunicare, immaginare mondi ipotetici come fanno i bambini, parlarne, in quanto «il significato delle opere d’arte non risiede tanto negli oggetti quanto nelle conversazioni – prima fra l’artista e l’opera d’arte, poi fra l’opera d’arte e il pubblico, e poi fra pubblici diversi». Tutto questo partendo anche da un’ispirazione data da Umberto Eco con il suo Opera Aperta, un libro che non finisce di dare frutti.

    Attendiamo dunque il paesaggio marziano di Dominique Gonzalez-Foerster, il diorama di Liu Wei sulle particelle subatomiche, il paesaggio sonoro di Lawrence Lawrence Abu Hamdan. Ma anche il muro con cui Teresa Margolles ricorda i 5000 ragazzi uccisi in Messico per motivi connessi al narcotraffico, il corpo deforme di Mari Katayama che l’artista utilizza per parlare della reazione alla diversità anche fisica, la pittura astratta mescolata con il disegno architettonico di Julie Mehretu, i dipinti sociali dell’afroamericano Henry Taylor, la grafica fatta con dita e tecnologia di Awery Singer, le riflessioni visive su un mondo dominato dalla comunicazione via schermo di Hito Steyerl e molti ambienti di sapore teatrale nei quali perderci e trovarci. Sapendo che le medaglie hanno sempre due facce, e che se l’arte può dare suggerimenti, uno di questi è indurci a guardarle entrambe.

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