Interventi

Tutti i redditi sotto il tetto irpef per rilanciare la progressività

Pressoché ovunque assistiamo alla erosione delle basi imponibili con il prelievo disarticolato in vari rivoli

di Giuseppe Zizzo


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Il principale snodo intorno al quale, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale, si è sviluppato nell’ultimo decennio il dibattito in ordine alla riforma delle imposte personali sui redditi delle persone fisiche è quello della loro progressività. Pressoché ovunque si riscontra infatti la tendenza alla erosione delle loro basi imponibili, con la disarticolazione del prelievo in un dedalo di regimi sostitutivi, ora nella forma delle imposte sostitutive autoliquidate, ora in quella delle imposte sostitutive applicate da terzi, ora, e nella maggioranza dei casi, in quella della sostituzione a titolo di imposta. Le istanze che hanno favorito questa proliferazione sono molteplici. Tecniche: dalla esigenza di sostenere la concorrenza fiscale internazionale a quella di combattere l’evasione, per citare le principali. E politiche: l’incentivazione di certi investimenti, certe attività, certi insediamenti, o anche soltanto l’accaparramento delle simpatie elettorali di alcune categorie economiche.

Di conseguenza, vasti ambiti si trovano oggi retti da meccanismi di tassazione cedolare e proporzionale, che rinnegano quei capisaldi di generalità e progressività sui quali le imposte in questione sono state costruite. A queste ultime, e dunque alla progressività, resta ormai affidata pressoché soltanto l’imposizione sui redditi di lavoro, e in particolare su quelli di lavoro dipendente.

Le reazioni che si registrano, tanto in campo scientifico quanto in quello politico, hanno molto spesso il sapore di una resa. Si predica, per restituire coerenza al sistema, il radicale abbandono della progressività (quanto meno a livello di aliquote), con l’estensione ai redditi che attualmente la sopportano della proporzionalità. In alternativa, nella sostanza accettando la struttura dicotomica creatasi, si ipotizzano interventi di riordino della scala delle aliquote o il passaggio dal sistema delle aliquote a scaglioni aggiuntivi a quello della progressività continua.

In un momento dedicato alla riflessione, come questo, occorre chiedersi se la risposta non possa, e non debba, essere diversa, e segnatamente una risposta nel segno del contrattacco anziché, appunto, della resa. Se invece di ratificare il discutibile assetto descritto, o di dichiarare superato il tempo della progressività, non si possa immaginare di operare, anzitutto, e senza escludere ulteriori azioni riformatrici, in funzione di una sua riaffermazione. Di ridare vigore a quegli irrinunciabili, e perciò prioritari nella scelta di qualsiasi soluzione riformatrice, valori di solidarietà e giustizia sostanziale, che la previsione costituzionale della progressività, quale fattore connotante del sistema tributario, intende promuovere, ma che allo stato si manifestano assai appannati.

Si tratterebbe, in altre parole, di puntare nuovamente sulla generalità dell’imposta personale, riportando nella base imponibile della stessa tutti (o la gran parte de) i redditi attualmente soggetti ai predetti regimi sostitutivi, e così riguadagnando al campo della progressività le aree attualmente devolute a questi ultimi. A tal fine, salvo ben circostanziate e fortemente motivate eccezioni, andrebbero soppresse le imposte sostitutive autoliquidate, e trasformate le imposte sostitutive applicate da terzi e le ritenute a titolo di imposta in ritenute a titolo di acconto. Questi ultimi due meccanismi verrebbero pertanto degradati da strumenti alternativi di prelievo a strumenti anticipatori dell’imposta personale, conteggiata applicando le aliquote progressive, eventualmente rivisitate, su una base imponibile (tendenzialmente) onnicomprensiva, perché estesa anche ai redditi ora sottoposti ai regimi sostitutivi.

    Per l’effetto, il prelievo sui redditi risulterebbe decisamente più trasparente di quello attuale. Supererebbe le intollerabili disparità di trattamento che lo contrassegnano. E lo farebbe rafforzando, anziché spegnendo, la sua attitudine a colorare di progressività il sistema tributario.

    Certo, occorre coraggio politico per muoversi in questa direzione. Molti contribuenti fronteggerebbero un incremento di pressione fiscale. Altri godrebbero però di un suo decremento. E comunque, le ragioni di equità alla base della soluzione indicata sono di una tale intensità ed evidenza da vincere ogni opposizione. Senza considerare la possibilità di accompagnare l’ampliamento della base imponibile con una manovra sulle aliquote che ne mitighi l’impatto.

    Marginale si configura, inoltre, l’aggravio in termini di adempimenti dichiarativi che colpirebbe i contribuenti (costretti a utilizzare in dichiarazione i documenti attestanti le imposte prelevate dai terzi al fine del loro scomputo dall’imposta personale). Come marginale si configura, stante la possibilità di un incrocio automatizzato dei dati forniti dai terzi con quelli dichiarati dai contribuenti, nonché il progressivo dilatarsi dello scambio automatico dei flussi informativi tra gli Stati, il rischio di alimentare fenomeni di evasione.

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