poesia

Tutto il meglio di Giovanna Rosadini

In libreria “ Frammenti di felicità terrena” per i tipi di LietoColle

di Niccolò Nisivoccia

5' di lettura

Frammenti di felicità terrena” raccoglie quasi interamente l'opera poetica di Giovanna Rosadini, o meglio ne propone – come spiega la presentazione sulla quarta di copertina – “il meglio, rivisto e riordinato” dalla medesima autrice. Vi ritroviamo ampie scelte da tutte le sue raccolte: “Il sistema limbico”, cioè la raccolta d'esordio, risalente al 2008; “Unità di risveglio”, del 2010; “Il numero completo dei giorni”, del 2014 (“una libera rilettura in versi di passi scelti della Torà ebraica)”; “Fioriture capovolte” del 2018. Ma vi troviamo anche alcuni inediti, che non sono poesie in senso stretto ma piuttosto brevi o brevissime prose poetiche (del genere di quelle che, ad esempio, erano care a René Char, citato in esergo insieme a Fabio Pusterla).

Circa dodici anni, quindi, separano le prime poesie riunite in questa autoantologia dagli ultimi frammenti, inediti. Ma si tratta di un dato impreciso, puramente formale, perché la verità è che le poesie poi confluite nel “Sistema limbico” e nel “Numero completo dei giorni” erano state scritte prima: soprattutto, prima dell'incidente medico di cui la Rosadini è stata vittima nel 2005, che le aveva causato – è lei a raccontarlo nella nota finale – non solo un coma di tre settimane ma una vera e propria cesura esistenziale.

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Molta vita, insomma, separa i singoli “Frammenti”, l'uno dall'altro. Eppure la trama che i “Frammenti”, tutti insieme, vanno a comporre è una trama dalla tessitura uniforme, compatta. La postura di Giovanna Rosadini, in altre parole, non è mai cambiata, perché comunque identica, nonostante tutto, è sempre rimasta la sua concezione della poesia, la quale altro non è, in fondo, se non un modo di interpretare il mondo.

E così, lette oggi in un solo sguardo, tutte le sue opere sembrano attraversate da un'unica perdurante tensione, come in una forma di consapevole o inconsapevole fedeltà a sé stesse: la tensione verso un “Altro”, verso un “Tu”, verso un “Voi” (quando il dialogo si allarga). Si tratta di un “Altro” o di un “Tu” di volta in volta diversi: a volte reali, corporei, individuabili, immanenti, altre volte ideali, o potenziali, o appena immaginati, appena intravisti, vivi nel presente o appartenenti al passato.

Che il tema prescelto sia il recupero dei ricordi dell'infanzia, la loro eredità e il loro tramandarsi, il calore degli affetti e dell'amore, anche fisico, la presenza del sacro ovunque nella vita anche quotidiana (perché questi sono i temi d'elezione, spesso presenti l'uno accanto all'altro dentro ciascuna raccolta), in ogni caso un “Altro” o un “Tu” sono sempre presenti o evocati, implicitamente o esplicitamente, nelle poesie della Rosadini, nel suo orizzonte ottico e mentale.

Ecco: “Frammenti di felicità terrena” può essere letto o interpretato anche come una specie di lunga, profondissima e ininterrotta preghiera, nell'accezione più laica ma insieme più trascendente che possa essere assegnata al concetto di preghiera (quale gli viene conferita, da ultimo, da Gabriella Caramore nel suo recente “La parola Dio”): quella di una ricerca ineludibile, anche oltre i confini dell'esistenza materiale, di un bagliore, di un respiro, di un ordine nei pensieri, di un'origine, di qualcuno o qualcosa cui appunto poter dire “Tu”, pur accettandone il mistero, l'imprendibilità, l'invisibilità.

“Conducimi, continua, non perdermi”, leggiamo ad esempio nel “Sistema limbico”. Oppure: “Questo, so: che ti ho riconosciuto,/e nella città dove vivo non c'è il mare”; “nelle mattine che governano il mondo/ritroveremo la stagione chiara/del respiro, andremo a tempo”.

Oppure ancora, nel “Numero completo dei giorni”: “Bastiamo appena a noi stessi, e/anche noi abbiamo bisogno, ancora,/di una madre … Stai un po' con me”;

“Ora è il tuo giorno, e ancora non sai,/mentre io sfioro muri dove prima si aprivano porte,/e filtro ogni rumore notturno, trasformandolo/in un tuo sogno”. O dentro “Unità di risveglio”: “Eppure non mi sono persa,/ho continuato ad esserci,/diversa, ad ascoltare il mondo/da lontano, le vostre voci/sussurrate piano”; “Con le mani mi rinasci il corpo … Sei la parola che si è fatta storia”.

È filosofica e psicoanalitica, questa tensione di Giovanna Rosadini alla ricerca di un “Altro” o di un “Tu” con cui di volta in volta interloquire, anche perché, a ben guardare, la ricerca sembra nascondere dentro di sé una tensione ulteriore, che è quella verso il cercare e riconoscere in realtà, attraverso un “Altro” o un “Tu”, il proprio Io. E non appartiene forse alla psicoanalisi e alla filosofia l'idea secondo la quale il nostro Io è formato da tutti gli Altri significativi della nostra esistenza? Non è forse vero che la nostra interiorità potrebbe essere raffigurata come un parlamento, abitato dai volti e dalle voci di tutti coloro, i vivi come i morti, con i quali continuamente ci confrontiamo e facciamo i conti?

“Noi siamo un colloquio”, scriveva Hölderlin (in un verso usato non a caso dal grande psichiatra Eugenio Borgna come titolo di un proprio libro); e la Rosadini gli è molto vicina, quando scrive ad esempio in “Fioriture capovolte”: “È lo sguardo degli altri a mantenerci in vita/siamo un'impronta che rimane al cuore/di chi ci preme, a germogliare sulla ferita/il tralcio, il fiore oscuro che lega insieme”. Siamo sempre il frutto di una relazione fra noi e gli Altri, sembra voler dire anche la Rosadini, siamo ciò che ne viene e che ne avanza, ciò che fra noi e gli Altri passa e trascorre, nel tempo e nello spazio (perfino attraverso le generazioni, una dopo l'altra). Siamo storie che si intrecciano con altre storie; storie a loro volta in cerca di corpi e parole, di racconti che le tramandino, di visi e di sguardi che ci accolgano e ci contengano. È il volto degli Altri a restituirci il senso del nostro, di volto.

A voler raffigurarlo, l'Io immaginato dalla Rosadini, disegnato dalla sua poesia, ha le sembianze di una casa, potremmo vederlo così. Tutti noi, a pensarci bene, siamo alla perenne ricerca di un posto che ci assomigli, ci acquieti, ci riscaldi, di un posto, diceva Truman Capote, in cui io e le cose siamo legati fra noi. Ed è a questo, forse, che anche la Rosadini allude. Anzi, almeno in un caso lo afferma quasi espressamente, quando in epigrafe a una delle poesie del “Numero completo dei giorni” colloca i versi di Antonella Anedda, facendoli suoi: “Se non fosse che questo: giungere a un luogo/esattamente pronunciarne il nome, essere a casa”.

È una trasfigurazione, ma sembra rivelare la vera aspirazione di Giovanna Rosadini: ritrovare sé stessa in un tempo e in un luogo in cui tutto possa riconciliarsi, finalmente – il passato con il presente e il futuro, le nostre infanzie con quelle dei nostri figli, il significato di ciò che è accaduto con quello di ciò che poteva forse essere e magari sarà, le gioie con le pene, i ricordi con i desideri, la vita che si rigenera in altra vita, i nomi che portiamo sulle spalle con quelli che verranno, i corpi con altri corpi.

Saremo noi, se ci sapremo riconoscere,/la terra promessa”, recita un altro verso nel “Numero completo dei giorni”. È pacata, la poesia della Rosadini, ma commovente ed emozionante: un'espressione contemporanea, in corso, della poesia come “emotion recollected in tranquillity” di cui parlava William Wordsworth.

Giovanna Rosadini, Frammenti di felicità terrena, LietoColle, € 13

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