made in italy

Tutto (o quasi) sul coronavirus: i test intelligenti di un’azienda italiana

I kit messi a punto dalla Clonit stabiliscono non solo la positività ma anche la carica virale e dicono se il tampone è stato fatto bene oppure no

di Carlo Andrea Finotto

default onloading pic

I kit messi a punto dalla Clonit stabiliscono non solo la positività ma anche la carica virale e dicono se il tampone è stato fatto bene oppure no


5' di lettura

I suoi kit di diagnosi molecolare veloce per stabilire chi sia positivo al coronavirus sono ordinati e acquistati in stock di centinaia di pezzi in Germania, in Brasile, nel Regno Unito, in Israele, nei Paesi del Golfo. Oltre che in Italia, ovviamente. Come spesso accade a certe realtà del made in Italy, però, il suo nome è praticamente sconosciuto al di fuori della cerchia di addetti ai lavori.

Il metodo che calcola la carica virale

«A quanto ci risulta, i nostri kit sono tra i pochissimi al mondo, se non gli unici, in grado di stabilire non solo la positività o meno al Covid-19, ma anche la carica virale presente su ciascun tampone. Un dato fondamentale a livello di diagnostica in quanto l’esito della infezione da Covid-19 si decide nei primi 10-15 giorni dal contagio ed è dipendente dalla carica virale». A parlare è Carlo Roccio, biologo e presidente di Clonit, azienda biotech nata a Milano nel 1987 e all’epoca controllata da Finbiotech e dalla famiglia Colucci.

Roccio e l’amico e suo tutor alla tesi laurea, Alberto Stangalini, entrano nella società prima con un 10%, poi salgono al 40 e infine al 100% nel 1998. «La società si è sempre occupata di ricerca e sviluppo di prodotti nell’ambito della diagnostica molecolare avanzata» spiega Roccio. «La nostra è una realtà a capitale italiano, con produzione italiana, che fa ricerca e sperimentazione in Italia».

L’esordio con i test sull’Antrace

«Niente sarà più come prima». Una frase che sembra un mantra ripetuto all’infinito per indicare il mondo post-coronavirus. Ma c’è stato un altro momento della storia recente in cui si è sentito ripetere: «Niente sarà più come prima». E in effetti così è stato.

Correva l’anno 2001, non un anno bisestile come il 2020, ma comunque testimone di una serie di fatti che hanno condizionato vite, geopolitica, spostamenti delle persone fino a oggi. Il 2001 è l’anno nero soprattutto per gli Stati Uniti ma le onde generate dagli attentati aerei alle Torri gemelle, e al Pentagono si ripercuotono in tutto il mondo.

Quasi negli stessi giorni di quel mese di settembre un’altra emergenza si diffonde attraverso l’America e poi in altri Paesi occidentali: gli attacchi terroristici all’Antrace. Buste contenenti spore della sostanza velenosa vengono spedite a uffici pubblici, personalità, giornalisti. Ci sono morti. Scoppia una vera psicosi. Clonit, sviluppando un’idea di Alberto Stangalini «diventa la prima società al mondo a produrre un kit per l’analisi molecolare con Pcr e l’individuazione rapida dell’Antrax». La Food and Drug Administration impegnata a fronteggiare l’emergenza ne acquista un numero notevole.

I kit veloci e trasportabili contro Ebola

L’azienda milanese è in campo anche nella lotta di altre epidemie che si manifestano negli anni successivi: dalla Sars alla Suina. Prima di arrivare all’attuale pandemia di coronavirus i laboratori di ricerca guidati da Roccio e Stangalini partecipano al Consorzio Europeo Ebola MoDrad, un network di 18 soggetti di cui fanno parte le pricipali Università europee e per l’Italia vede in campo oltre a Clonit, l’Istituto Spallanzani di Roma. Ebola Modrad è impegnato per due anni a individuare e realizzare un sistema di test rapidi in Pcr con apparecchiature smart e trasportabili.

Il lavoro nel consorzio internazionale

Poi arriva il Covid-19 e l’azienda milanese – con l’esperienza accumulata anche nel fronteggiare il virus Zika, il West Nile, la Dengue – entra nel consorzio internazionale insieme all’Ospedale Sacco di Milano e allo Spallanzani di Roma. «L’0biettivo è ancora una volta quello di individuare metodi sicuri, rapidi e veloci di diagnostica di laboratorio – spiega Carlo Roccio – Il progetto, inoltre, prevede anche la realizzazione di una applicazione di intelligenza artificiale per la lettura delle Tac polmonari, riducendo le possibilità di errore umano».

Nel frattempo, quando l’emergenza coronavirus in Italia sta esplodendo, per evitare il rischio di conflitti di interesse Roccio si dimette dall’incarico di esperto del Ministero della Salute ricevuto nell’ottobre 2019.
A gennaio 2020 Clonit acquisisce l’azienda Euroclone diagnostici, mantiene alcuni laboratori e la sede legale a Milano, ma sposta a Siziano, in provincia di Pavia, l’attività di produzione dei kit diagnostici. Nei nuovi spazi di 1.500 metri quadrati, l’azienda occupa oltre una ventina di dipendenti, con un’età media inferiore ai 40 anni, l’80% dei quali è laureato.

Richieste da numerosi Paesi del mondo

Il kit messo a punto da Clonit per la diagnosi del Covid-19 viene sviluppato nei mesi di gennaio e febbraio e testato a marzo dall’Istituto malattie infettive dell’Università Milano (diretto dal professor Massimo Galli) e dall’Istituto di Virologia dell'Università di Milano (nei Laboratori di cui è responsabile la professoressa Elena Pariani). Dopo le relazioni positive il metodo diagnostico ottiene la marcatura Ce-Ivd con l’autorizzazione alla commercializzazione da parte del ministero della Salute. Così parte la produzione di circa 500 kit a settimana, ognuno dei quali consente la realizzazione di 50 test. Ne sono stati già venduti oltre un migliaio.

«Le richieste sono fioccate da mezzo mondo – conferma Carlo Roccio –: Germania, Repubblica Ceca, Brasile, Regno Unito, Slovenia, Dubai, Israele. Noi, però, cerchiamo di mantenere una quota di vendite del 50% in Italia, dove, ad esempio, abbiamo rifornito Istituto Spallanzani e Policlinico Gemelli di Roma, Università Federico II e Ceinge di Napoli, Policlinico di Catania e Ospedale Regionale di Bolzano, oltre a diversi Irccs in Lombardia. L’Università di Heidelberg, in Germania, ne aveva richiesto un quantitativo enorme, ma la nostra produzione non ci avrebbe consentito di soddisfarla mantenendo contemporaneamente in essere le altre richieste: abbiamo così raggiunto un compromesso con la fornitura di “soli” 400 kit».

Quando si parla di kit, spiega Roccio, si intende «dalle provette ai reagenti e tutto quanto serve in laboratorio al di là delle apparecchiature. I nostri kit sono in grado di funzionare su quasi tutti i macchinari presenti negli ospedali, senza la necessità acquistarne di nuovi».

Le peculiarità del metodo diagnostico

Il kit Clonit è stato elaborato sulla base delle indicazioni del Cdc di Atlanta racconta Carlo Roccio. Atlanta è il Centro di riferimento negli Stati Uniti per il controllo e la prevenzione delle malattie e, di conseguenza, uno dei punti di riferimento anche a livello mondiale. «Dire che un soggetto è positivo o negativo è solo un primo passo – sottolinea Roccio – perché la gravità della malattia è direttamente proporzionale alla “quantità” di virus presente. Conoscere questo dato al momento della diagnosi è particolarmente importante per prevedere il decorso della malattia e per il follow up del paziente».

Questo ulteriore passaggio, chiarisce il manager e ricercatore, «non implica nessuna perdita di tempo in più per chi è chiamato ad eseguire i test rispetto alla metodologia tradizionale, e non prevede alcun costo superiore o apparecchiatura diversa. È solo questione di software interno. Inoltre, nel kit è inserito anche un ulteriore controllo, che valuta la quantità di cellule prelevate con il tampone, dosando un determinato enzima intracellulare per stabilire se il tampone sia stato eseguito in modo corretto oppure no: in questo caso il nostro software è in grado di indicarlo. Questo sistema consente di evitare i falsi negativi». Un problema, quest’ultimo, particolarmente rilevante: ogni falso negativo, infatti, significa una persona potenzialmente contagiosa in circolazione.


Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...