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Tutto quello che c’è da sapere sulla docuserie sul disastro del Challenger

Le polemiche e i retroscena di “Challenger. L'ultimo volo”, miniserie in quattro episodi creata da Steven Leckart e Glen Zipper e prodotta per Netflix da J.J. Abrams.

di Emilio Cozzi

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Le polemiche e i retroscena di “Challenger. L'ultimo volo”, miniserie in quattro episodi creata da Steven Leckart e Glen Zipper e prodotta per Netflix da J.J. Abrams.


4' di lettura

«Sulla probabilità di guasti con perdita del veicolo e di vite umane sembra che i pareri divergano immensamente. Le valutazioni spaziano da circa 1 su 100 a 1 su 100mila. La percentuale più pessimistica proviene dagli ingegneri addetti, quella più ottimistica dalla direzione. Quali le cause e quali le conseguenze di questa discrepanza?».

A chiederlo, nelle prime righe delle sue “Osservazioni personali sullo shuttle” (in italiano raccolte in Il piacere di scoprire), è il premio Nobel per la fisica del 1965, Richard Feynman. Corre il 1986 e lungi dalla curiosità accademica, le domande di Feynman scottano. Lo scienziato è infatti uno degli illustri membri – c'è anche Neil Armstrong - della “commissione Rogers”, quella istituita dal presidente Ronald Reagan per fare luce sulle responsabilità dell'incidente fin lì più tragico del programma spaziale americano: il cosiddetto “disastro del Challenger”.

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L’origine della missione

A dire il vero, l'intento della commissione non sarebbe di fare una gran luce, visto che Regan chiede a William P. Rogers, capo della commissione ed ex Segretario di Stato, di non mettere in imbarazzo la Nasa, l'agenzia simbolo del predominio tecnologico statunitense. Sulla questione – domande di Feynman comprese – torna “Challenger. L'ultimo volo”, miniserie in quattro episodi creata da Steven Leckart e Glen Zipper e prodotta per Netflix da J.J. Abrams. Una serie che, come Feynman, non si ferma di fronte all'eventuale imbarazzo dell'agenzia statunitense.

Il fatto è che di motivi per sentirsi in colpa, più che in imbarazzo, la Nasa nel 1986 ne ha parecchi.

Sono le 11:38 di martedì 28 gennaio quando dalla rampa di lancio 39 del Kennedy Space Center, la stessa da cui le missioni Apollo partivano verso la Luna, si stacca la navetta Challenger. A bordo, ci sono sei astronauti professionisti insieme con Sharon Christa McAuliffe, la prima «persona normale a volare oltre l'atmosfera», dice un commentatore. È la vincitrice di un concorso nazionale per insegnanti: promuoverà la nuova accessibilità del programma spaziale, in crisi di popolarità, e terrà due lezioni in orbita. Lezioni che la McAuliffe non farà mai.

Quando è a circa 15 chilometri di quota, 73 secondi dopo il decollo, il Challenger si disintegra in diretta tv e davanti agli occhi dei parenti di chi vola. Non ci sono superstiti. L'incidente sconvolge l'opinione pubblica – qualcuno lo paragona alla “morte del presidente Kennedy nel ‘63” - e ha ripercussioni pesanti sui programmi spaziali occidentali (italiani compresi). La Nasa interrompe il programma per quasi due anni e mezzo, fino al “ritorno al volo” del Discovery, il 29 settembre del 1988.

La spiegazione del disastro

A spiegare la causa principale del disastro - dall'inaffidabilità delle guarnizioni “O-Ring” alle gelide temperature di quella mattina, che provocarono un cedimento nel razzo a propellente solido destro e quindi di tutto il sistema di volo - è proprio Feynman, con una dimostrazione pubblica in realtà frutto di una soffiata di due altri membri della commissione: Sally Ride, la prima americana ad aver oltrepassato l'atmosfera, e Donald Kutyna, generale della Us Air Force.

L'importanza della serie di Leckart e Zipper parte da qui: dalla capacità di tornare su eventi forse poco noti, o dimenticati, senza però cadere in un j'accuse fuori tempo massimo.

Beninteso, non che l'attribuzione delle responsabilità, soprattutto delle responsabilità di chi gestisce la cosa pubblica e la vita altrui, sia meno importante a distanza di anni, o che informare un pubblico non per forza edotto di “eventi spaziali” sia obbiettivo poco nobile. Il fatto è che “Challenger. L'ultimo volo” va oltre, indaga in profondità, rivela l'uomo, anzi gli uomini, dentro il sistema e dietro la macchina. E stana l'origine, umanissima, dell'accaduto.

La serie non si limita a spiegare i motivi dell'incidente e nemmeno si accontenta di ricostruire la catena di errori, supponenza e superficialità che portò a una tragedia annunciata (sia da alcuni tecnici della Nasa che dell'azienda costruttrice dei booster, la Morton-Thiokol).

Così facesse, sarebbe solo “per addetti ai lavori” e per impallinati (cui eventualmente si consiglia “Challenger Disaster: Lost Tapes” del 2016), i quali potrebbero peraltro lamentare alcune lacune significative: le condizioni meteo ad alta quota, che fecero registrare le raffiche di vento più forti nella storia dei voli spaziali e che determinarono la fuoriuscita di gas infiammati dal booster destro in panne. E poi il dettaglio più terribile: l'attivazione delle riserve di ossigeno di emergenza (cosiddette “Peaps”) di almeno tre astronauti, elemento che suggerirebbe siano sopravvissuti fino allo schianto nell'oceano, avvenuto 2 minuti e 45 secondi dopo il cedimento (tecnicamente non fu un'esplosione).

Le voci dei responsabili e dei parenti delle vittime

No, non è per questi dettagli che “Challenger. L'ultimo volo” lascia il segno. È perché la serie racconta il dopo, fa emergere lo stato d'animo di coloro che, coinvolti nella vicenda, possono ancora raccontarla: i parenti delle vittime e i responsabili. Si sofferma sui loro occhi, in lacrime per il dolore o il senso di colpa, oppure e nonostante tutto fissi per gli stessi motivi.

A un certo punto, viene chiesto a William Lucas, l'ex direttore del Nasa Marshall Space Flight Center cui si imputa la decisione di lanciare nonostante i pareri contrari, se rifarebbe le stesse scelte. Dentro la sua risposta c'è tutto. Compresa la scheggia più profonda, nel senso di penetrante e dura da rimuovere, della miniserie: sono parole dette con sguardo fermo ma labbra tremanti, che mischiano l'ambizione più alta della nostra specie, le sue miserie e tutta la sua fragilità.

Per questo, per la scelta di riportare quella risposta senza giudicarla, “Challenger. L'ultimo volo” va vista. Perché dà conto dell'uomo, dei suoi sogni e della sua caducità. Perché illumina direzioni là dove non ti aspettavi ci fossero e svela strade scomode, ma che non possono essere ignorate. E perché fa così male da non dimenticarla più.

«Perché la tecnologia abbia successo – scriveva Feynman alla fine delle sue osservazioni sul Challenger - la realtà deve prevalere sulle pubbliche relazioni. La natura non può essere ingannata». No, non stava scherzando mister Feynman.

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