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Tv: sindacati, impreparati su digitalizzazione, servono piani di reskilling

Cgil, Cisl e Uil chiedono accordi alle aziende per gestire il processo di cambiamento. Servono nuove regole, dicono le sigle, anche per lo smart working

di Simona Rossitto

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(OLYCOM)

Cgil, Cisl e Uil chiedono accordi alle aziende per gestire il processo di cambiamento. Servono nuove regole, dicono le sigle, anche per lo smart working


3' di lettura

La digitalizzazione nelle produzioni televisive è stata accelerata dalla pandemia e, senza piani di reskilling lungimiranti e organizzazione di nuovi modelli, ci sono rischi per l’occupazione. Inoltre la tv generalista deve prepararsi ad affrontare la sfida con nuovi colossi che si affermano, come Netflix e Amazon, che fanno passare i contenuti attraverso la fibra e, prossimamente, il 5G. Ne sono convinti i sindacati del settore che chiedono anche regole per lo smart working, usato in abbondanza a causa della pandemia.

Mischi (Uilcom):«A confronto con aziende su aggiornamento»

«Per non avere problemi di occupazione con la digitalizzazione delle produzioni - dice a DigitEconomy.24 Pierpaolo Mischi, segretario nazionale della Uilcom Uil - è necessario investire in grandi piani di reskilling, stiamo discutendo con le aziende su questo fronte. Un altro elemento importante da attenzionare è lo smart working: la remotizzazione delle attività in alcune aree ha funzionato, in altre si è rivelata una modalità innaturale». Lo smart working, secondo Mischi, va regolato: «Al momento stiamo procedendo con il lavoro sulle linee guida per il settore delle tlc e auspichiamo si faccia lo stesso per il comparto della tv».

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La Slc Cgil pone l’accento sulla necessità di prepararsi alla rivoluzione digitale. «Siamo totalmente impreparati - afferma Riccardo Saccone, segretario nazionale della Slc Cgil - alla digitalizzazione, siamo ancora organizzati in base al modello generalista di televisione. Con la diffusione della fibra e del 5G, innegabilmente per queste nuove tecnologie passeranno anche i contenuti e cambierà totalmente il modello di fruizione. Le nostre tv generaliste devono entrare nell’ordine delle idee che il tema non è battersi a colpi di fiction ma come confrontarsi su questo nuovo modello di tv che sta nascendo».

Saccone (Slc Cgil): «Sky nel wifi? Rai dovrebbe interrogarsi»

In particolare Saccone si sofferma sul futuro della Rai. «Nell’Italia post Covid - afferma - è giusto porsi il problema su quale dev’essere il ruolo del servizio pubblico. Per me è giusto valutare anche un ruolo pedagogico nella digitalizzazione dell’Italia, come fu il maestro Manzi nell’insegnamento della lingua italiana . Francamente nella dirigenza Rai non vedo che ci sia una grande sensibilità riguardo alla trasformazione della tv e alle nuove modalità di fruizione. A partire dai temi di governance, bisognerebbe suscitare un dibattito, altrimenti la tv pubblica verrà percepita, a torto, non più al passo con i tempi». Bisognerebbe investire maggiormente, secondo Saccone, sull'implementazione di RaiPlay, puntando sul patrimonio culturale della Rai che è sterminato. Intanto, avverte, gli altri si stanno muovendo. «Un campanello d’allarme anche per la Rai dovrebbe suonare riguardo all’operazione che prova a fare Sky nella banda ultra larga. Dalla rete passeranno i contenuti, loro un hanno modello , una discreta customer base, offrono un pacchetto completo».

Gallo (Fistel): «Dopo smart working rischio eccedenze»

La Cisl individua i rischi per l’occupazione provenienti non solo dalla digitalizzazione, ma anche dagli effetti della pandemia sui bilanci e dall’utilizzo dello smart working senza regole precise. «Il processo di digitalizzazione - afferma Paolo Gallo, segretario nazionale della Fistel Cisl - è iniziato tre anni fa. Alcuni processi sono iniziati prima , certo la pandemia può aver agevolato alcuni processi, non potendoci essere assembramenti, contatti, i sistemi digitali sono stati molto più utilizzati che in passato. Purtroppo la pandemia ha spinto le aziende a mettere in smart working, o meglio remote working molto personale, ha fatto venire alla luce che soprattutto le aziende un po’ più corpose, opulente, si sono rese conto che ci potrebbero essere delle eccedenze. Mi auguro dunque che il Governo prolunghi fino a fine anno la moratoria dei licenziamenti». Inoltre rischi per l’occupazione si intravvedono anche, spiega Gallo, dall’avanzare di alcuni competitori come Amazon o Netflix «con capacità di spesa impressionanti».

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