verso la quotazione

Uber, 45 dollari ad azione per l’Ipo più grande della “gig economy”

di Riccardo Barlaam


Uber marcia verso la Borsa

5' di lettura

NEW YORK - Uber colosso mondiale della mobilità via app venerdì si quota a Wall Street per una Ipo che, nonostante i venti di guerra commerciale tra Usa e Cina, si preannuncia come una delle dieci maggiori della storia. Il prezzo delle azioni è stato fissato a 45 dollari, nella parte bassa della forchetta tra 44 e 50 dollari, per una valutazione della società di 81 miliardi di dollari.

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Quella di Uber rappresenta la più grande quotazione di una società della cosiddetta “gig economy” dopo quella della rivale Lyft , più piccola di Uber ma a più forte crescita in Nord America. L'Ipo di Uber è seguita come capofila da Morgan Stanley, con un gruppo di banche che comprende Goldman Sachs e Bank of America Merrill Lynch e Barclays, unica banca europea ad agire in qualità di active bookrunner. Vengono offerte agli investitori 180 milioni di azioni. Uber punta a raccogliere almeno 10 miliardi di dollari con la quotazione, che si prepara a essere la più importante dell'anno per la borsa americana.

La società di ride sharing finora ha rilasciato dati parziali sui suoi risultati finanziari. In questi anni è cresciuta enormemente, ma i bilanci sono ancora in rosso. A febbraio, ultimi dati disponibili, ha dichiarato ricavi per 11,3 miliardi nel 2018 (+45%) con perdite per 1,8 miliardi. Ma i dati mostravano un rallentamento della crescita a fine anno.

Nell'ultimo round di finanziamenti a ottobre Uber veniva valutata 76 miliardi. A dicembre, stando ai tabulati presentati alla Sec dagli advisor bancari, veniva valutata più di 120 miliardi. Dopo le performance di Lyft tale valore è stato ritoccato al ribasso. In ogni caso Uber con i suoi 81 miliardi vale più della capitalizzazione di Borsa di due colossi industriali della corporate America come Gm e Ford messi assieme.

La start up lanciata nel 2009 è un colosso della mobilità alternativa, principale player del mercato globale. Una straordinaria macchina da soldi che cresce, aumenta i ricavi ma perde circa un miliardo a trimestre. Presente in 785 città e 70 nazioni, si è trasformata in un gruppo globale con una ragnatela di partecipazioni in altre società di ride-sharing in Asia, Russia e Medio Oriente.

Oltre ai taxi via app, la società ha diversificato nella logistica, con un'app per camion e container (UberFreights), nel food delivery con UberEats, valutata 20 miliardi, nell'affitto di scooter e bici elettriche (Jump) e ha una divisione che studia la guida autonoma che brucia 800 milioni l'anno.

Dalla sua fondazione Uber ha lanciato 21 round di finanziamenti, per un totale di 24,2 miliardi raccolti. Tra i maggiori investitori ci sono Toyota, che a ottobre ha staccato un assegno di 500 milioni. Il fondo sovrano saudita Pif con 1,5 miliardi. Il fondo tech giapponese SoftBank, a sua volta partecipato dai sauditi, ha investito in Uber 9 miliardi per due poltrone nel board che non ha ancora avuto. E che rischia di non ottenere mai a causa della nuova legge americana che limita gli investimenti stranieri per i rischi sulla sicurezza nazionale. Episodio che mostra l'incertezza nella quale si trovano a operare gli investitori stranieri nell'America di Trump.

In questi giorni i cronisti finanziari si sono sbizzarriti su che cosa potrà significare la quotazione di Uber per gli investitori della prima ora che sabato mattina, probabilmente, si sveglieranno con un patrimonio da zio Paperone. A partire proprio dall’uomo più ricco del mondo Jeff Bezos, il patron di Amazon, che ha investito 3 milioni di dollari che potrebbero diventare 400 milioni. Oltre a lui c’è anche l’ex campione di ciclismo Lance Armstrong che con la vicenda del doping, lo scandalo più grande nella storia dello sport moderno con le sette vittorie del Tour de France annullate, è stato costretto a pagare sanzioni per milioni di dollari e a restituire i contratti di pubblicità e sponsorizzazioni. Ma ha evitato la bancarotta e salvato le sue finanze personali grazie a un investimento di 100mila dollari in Uber, quando la società era valutata 3,7 milioni. Tra gli investitori ci sono anche Rupert Murdoch, Arianna Huffinghton, che siede anche nel board, le star di Hollywood Gwyneth Paltrow e Ashton Kutcher, l’editore Axel Springer, la cantante Beyoncé.

Dara Khosrowshahi, manager americano di origine iraniana è da quasi due anni l’amministratore delegato di Uber. Figlio di rifugiati, di una delle famiglie più ricche di Teheran scappata dal paese nel 1978 ai tempi della rivoluzione islamica, è uno dei manager più pagati della Silicon Valley. Un passato da analista finanziario per la banca d'investimento Allen & c., ha costruito la sua fama manageriale ai vertici di Expedia, di cui è stato amministratore delegato per una decina d'anni. Facendola diventare una delle più grandi agenzie di viaggio online al mondo, con sedi diffuse in oltre 60 nazioni, e un fatturato passato dai 2,2 miliardi di dollari quando ha cominciato il suo lavoro agli 8,7 miliardi del 2016.

Khosrowshahi ha preso in mano Uber dopo un anno terribile, in cui la società di ride sharing è stata travolta da una serie di scandali legati a organizzazione del lavoro, mancato rispetto della diversità, con casi di molestie sessuali addirittura che hanno danneggiato enormemente l'immagine portando alle dimissioni il suo predecessore, il co-fondatore Travis Kalanick - anche lui grande azionista - che ha lasciato la carica di ceo ma è rimasto lunghi mesi a battagliare nel board per il controllo della società. Alla fine ha vinto il manager iraniano. Khosrowshahi per accettare la sfida di far ripartire l'automobile ammaccata di Uber sembra abbia ricevuto un ingaggio da star del pallone di 200 milioni di dollari. A cui ogni mese aggiunge uno stipendio di 8 milioni. La prima cosa che ha fatto in questi mesi è stata quella di cambiare la “cultura aziendale da Game of Thrones”, come l'ha definita qualcuno, che ha caratterizzato la tormentata gestione Kalanick. La sfida della Ipo è la più grande per lui. Suito dopo quella di portare la società a produrre utili. Il processo della quotazione in questi mesi è stato seguito dal nuovo chief financial officer Nelson J. Chai, 53 anni, ex executive di Merrill Lynch.

Il mercato della mobilità condivisa mondiale vale ormai 6mila miliardi di dollari l'anno. I player sono tanti, nelle varie nazioni. E nessuna società può pensare di riuscire ad operare da leader in tutto il mondo. Neanche Uber lo pensa più. Ma punta a diventare lo standard di servizio per gli altri player. Il benchmark di riferimento per il settore.

Non la pensano allo stesso modo gli autisti di Uber, assieme a quelli di Lyft - spesso gli stessi lavorano per le due compagnie - che mercoledì in vista della quotazione, hanno scioperato dalle 7 alle 9 pm a New York, Chicago, Los Angeles e San Francisco per maggiori remunerazioni (chiedono che l’80-85% del prezzo della corsa finisca a loro) e migliori condizioni di lavoro e di sicurezza. Gli autisti inoltre lamentano il fatto che ai dipendenti full time di Uber siano state offerte azioni della società come parte del pacchetto di benefit al momento dell’assunzione, cosa che non accade invece agli autisti che sono il motore di Uber, ma vengono considerati “independent contractors”, alla stregua di lavoratori autonomi o “giggers” come li chiamano qui.

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