in vista dell’ipo

Uber, un miliardo dal Giappone per la guida autonoma

di Alberto Annicchiarico


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(AP)

3' di lettura

Dal Giappone con (molto) denaro. Alla vigilia del suo debutto in Borsa, il mese prossimo, Uber chiude un nuovo round di finanziamenti con Toyota, SoftBank e l'azienda di componenti auto Denso. Proprio Softbank, conglomerato tecnologico globale che opera attraverso il suo potentissimo Vision Fund, è da fine 2017 il primo azionista della società di ride hailing con base a San Francisco, avendo staccato un assegno da 7 miliardi (per una quotazione complessiva di 48 miliardi di dollari, molto meno dei 100 di cui si parla per l’imminente collocamento). Anche Toyota non è nuova a iniezione di capitali in Uber, visto che nell’agosto 2018 ha sborsato 500 milioni per lo sviluppo dell’auto a guida autonoma. Esattamente lo stesso ambito per cui questa volta Uber va a incassare 1 miliardo, allo scopo di incrementare la collaborazione nel settore avanzato
della guida autonoma, e nei servizi di mobilità.

Nello specifico Softbank contribuirà con un importo di 333 milioni di dollari, mentre la somma di 667 milioni verrà divisa tra Toyota e Denso, per lo sviluppo e il commercio della nuova tecnologia. In virtù dell'investimento la nuova entità avrà un valore di mercato di 7,25 miliardi di dollari, e le tre case giapponesi arriveranno a controllare una quota del 10%. Sia Toyota che Uber puntano a introdurre veicoli autonomi a partire dal 2021. Quanto a SoftBank continua a finanziare altre aziende che promuovono i nuovi servizi di mobilità, tra cui Didi Chuxing Technology in Cina, l'indiana Ola, e Grab Taxi Holdings, di base a Singapore.

L’iniezione di denaro nelle casse di Uber, che, come riporta Reutes, ha chiuso il bilancio 2018 in rosso di 3,03 miliardi, potrebbe ammorbidire i giudizi del mercato sulla spesa per il discusso progetto sull’auto autonoma, che finora non ha fruttato un centesimo ed è costato un miliardo di dollari dall’avvio del programma nel 2016.

Intanto Uber ha pubblicato la documentazione sull'Ipo una settimana fa. L'attesa del mercato è che la società guidata dal ceo Dara Khosrowshahi possa raccogliere circa 10 miliardi, con una valutazione complessiva vicina ai 100 miliardi, il 18 per cento in più rispetto ai 76 miliardi di valutazione corrente. Ma meno dei 120 miliardi che erano stati l’ipotesi iniziale e comunque a un livello tale da incorniciare il collocamento di Uber come il più cospicuo dai tempi della quotazione di Alibaba, nel 2014. Il titolo potrebbe essere offerto tra i 48 e i 55 dollari.

Tutto questo nonostante la rivale di Uber, Lyft, dopo un buon debutto a fine marzo, abbia gettato un cono d’ombra sul business suo e, quindi, di Uber e abbia visto tracollare il titolo, fino al 17% sotto il prezzo dell’Ipo.

I dubbi, tuttavia, sono rafforzati da alcuni elementi emersi dalla documentazione dell’Ipo presentata da Uber. Ad esempio Il giro d'affari, 11,3 miliardi nel 2018, è salito del 42% ma il ritmo è stato inferiore al raddoppio dei ricavi dal quale era reduce. Il numero di utenti mensili è balzato del 34% a 91 milioni nell'ultimo anno ma era cresciuto ben di più, del 51%, nel 2017. Inoltre appena cinque città (Los Angeles, New York, San Francisco, Londra e San Paolo) contano per un quarto delle prenotazioni di corse, una dipendenza che non può non sollevare interrogativi. Nel frattempo le spese annuali per far fronte alla concorrenza e sostenere l'espansione continuano invece ad aumentare, del 19% a 14,3 miliardi.

Ma la macchina ormai è avviata e non resta che aspettare qualche settimana per avere le prime risposte. Mentre la Borsa Usa registra altri debutti di aziende tech molto positivi (Pinterest e Zoom) e guarda con curiosità al seguito del 2019, e oltre, con i prossimi arrivi di nuove matricole: da Palantir (valutazione 40 miliardi) a Slack (10 miliardi), da Airbnb (31 miliardi) a WeWork (42 miliardi).

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