IL CONFRONTO

Uber: sì o no? Ecco cosa succede nel resto d'Europa

di Alberto Magnani

(AFP Photo)

3' di lettura

Uber sì, Uber no. La app di trasporti cofondata nel 2009 a San Francisco da Travis Kalanick è attiva oggi in 571 città e 81 Paesi, dagli Stati Uniti alla Tanzania. Ma il suo arrivo non è mai stato indolore, come testimoniano le controversie che hanno accompagnato la sua diffusione dentro e fuori i confini americani. L'Europa non fa eccezione, anzi: dopo le proteste delle associazioni di categoria, la app è stata bandita, sospesa o ridimensionata da varie sentenze a livello nazionale. Proviamo a vedere come i Paesi hanno disciplinato (o stanno cercando di disciplinare) il servizio nell'area Ue.

Germania: addio UberPop, ora c'è UberX
In Germania Uber è attivo in cinque città (Amburgo, Berlino, Düsseldorf, Francoforte, Monaco) ed è oggi «compatibile con le leggi tedesche». Anche se ha cambiato nome: ora offre i suoi servizi come UberX, lo stesso sistema degli Usa, con una formula che riproduce più un servizio chauffeur tradizionale rispetto al “ride sharing” sponsorizzato dalla sua applicazione UberPop (dove il trasporto può essere svolto da utente a utente).
In particolare, la app è stata bandita nel 2015 con una sentenza dal tribunale locale Francoforte che prevede sanzioni da 250mila euro in caso di infrazione. Le ragioni? I conducenti operano senza licenze e «non possiedono le giuste qualifiche», con rischi conseguenti per i consumatori e concorrenza sleale rispetto ai taxi. In aggiunta a UberX, gli utenti possono optare per servizi premium come UberTaxi e UberTaxiVan.

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Francia
In Francia Uber ha fatto insorgere le associazioni di categoria fin dal suo sbarco a Parigi, nel 2014, dando il via a una serie di interventi legislativi culminati con la maxi-multa del 2016: 800mila euro alla società per aver promosso nel 2015 la sua app UberPop, ora vietata, con tanto di sanzioni singole da 30mila e 20mila euro a due manager della ex startup californiana. Dopo il veto su UberPop la applicazione è ancora libera di operare, ma i suoi conducenti devono ottenere una licenza commerciale ed esercitare - di fatto - il servizio a tempo pieno. Ora sono disponibili cinque piattaforme di profilo medio-alto (come la stessa UberX), ma la contesa non sembra essersi risolta. Secondo una testimonianza raccolta dal portale Usa Quora, le autorità «multano spesso» i conducenti operativi.

Spagna
La Spagna ha seguito la “via tedesca” a Uber, sostituendo il controverso UberPop con i servizi professionali e di alto profilo di UberX e UberOne. La nuova piattaforma è diventata operativa a marzo 2016, dopo il veto posto dai giudici nel 2014 e la volontà espressa dalla compagnia di ridefinire il suo modello di business in linea con la legislazione spagnola. Per ora i suoi servizi sono disponibili solo a Barcellona e Madrid.

I guai nell'Europa del Nord: Danimarca, Finlandia, Norvegia
Nel Nord Europa sono scattate misure altrettanto restrittive. La società ha annunciato a fine marzo che cesserà di operare in Danimarca, dove era presente solo a Copenaghen, perché le nuovi leggi sui taxi (come l'obbligo di installare sensori a bordo) rendono il servizio inadatto. La ex startup deve rinunciare a 2mila conducenti e 300mila clienti, anche se ha dichiarato che collaborerà con le autorità per trovare un compromesso. In Finlandia Uber risulta operativo con le sue piattaforme UberPop e UberBlack, ma la giurisprudenza sembra andare nella direzione contraria: alcuni driver (conducenti) sono stati indagati per aver svolto delle corse nell'unica città dove la app funziona, Helsinki. Un caso analogo, per uscire dall'Eurozona, a quello che si è creato in Norvegia: nel solo mese di dicembre un'associazione di tassisti, la Norsk Taxiforbund, ha denunciato alla polizia 105 conducenti di Uber per concorrenza sleale.

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