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Ubi, il patto si prepara al risiko. «Giocheremo da protagonisti»

Genta (Fondazione Cuneo): «Per ora nessuna ipotesi ma ci sarà da ragionare di nozze». L'operazione «è aperta a soci di tutta Italia: vanno superate le logiche campanilistiche»

di Luca Davi


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3' di lettura

Al momento, per Ubi Banca, non c’è alcun dossier aperto sul tavolo. «Ma il tema delle fusioni arriverà e noi azionisti intendiamo farci trovare pronti per giocare un ruolo da protagonisti». Giandomenico Genta, da presidente della Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo (che detiene il 6%), è alla guida di una delle anime più rappresentative dell’azionariato della ex popolare. Ma da qualche giorno, insieme a Mario Cera e Armando Santus, Genta è anche designato al vertice del neo costituito patto di consultazione che raccoglie il 16,7% del capitale della banca.

Tra i sottoscrittori anche la Fondazione Banca Monte di Lombardia (4,95%) e cinque dei maggiori nomi dell’imprenditoria bergamasca, prima aderenti al patto orobico dei Mille: nomi pesanti come quelli delle famiglie Bosatelli, Bombassei, Pilenga, Radici, Andreoletti, ognuna accreditata di oltre l’1%. Alla compagine è destinato ad aggiungersi a breve un nome di spicco della sponda bresciana come la famiglia Gussalli Beretta.

La nascita del patto tra grandi soci di Ubi ha fatto subito ipotizzare l’avvio del risiko bancario a lungo atteso, uno scenario su cui Genta - per ora - esprime cautela: «In questo momento non c’è alcun ragionamento, né alcuna riflessione avviata ma inevitabilmente ci sarà da ragionarci. Come grandi azionisti abbiamo compreso che Ubi è una delle banche più solide del Paese e vogliamo avere visibilità sul futuro e poter dire la nostra».

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A stupire il mercato è stato anche il tempismo, considerato che l’assemblea del rinnovo degli organi è avvenuta in primavera e la legislatura è appena partita. «In verità si tratta di un progetto che parte da lontano», spiega Genta. Che torna indietro all’assemblea di aprile 2017, «quando auspicavo la creazione di un nocciolo duro di azionisti che fosse un interlocutore privilegiato con il management e che desse stabilità anche agli occhi dei regolatori». Certo: «Cercare stabilità non significa dimenticare che servano anche operazioni straordinarie, se necessarie», puntualizza. «Ubi ha una lunga storia di acquisizioni alle spalle e ha la solidità per valutarne anche altre in futuro. Peraltro il patto diverrà operativo dopo l’autorizzazione del regolatore, e comunque non prima del primo gennaio 2020».

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Da tempo il destino di Ubi si associa potenzialmente a quello di Mps, dal cui capitale deve uscire il Mef. Ma nell’arena i potenziali partner, da BancoBpm a Bper, non mancano. Scenari diversi, a cui il primo azionista guarda con uguale interesse: «Ciascuna di queste banche ha particolarità che andranno attentamente valutate». Si vedrà, intanto «il patto è totalmente aperto e non ci sono preclusioni di alcun tipo tranne una: che al tavolo siedano azionisti che abbiano almeno l’1% di capitale», spiega Genta. Che prova a guardare oltre ai quattro poli attuali, cioè Cuneo, Brescia, Pavia, Bergamo: «Premesso che puntiamo a crescere ma anche a restare lontani dalla soglia dell’Opa, ciascuno di noi è ben radicato nel proprio territorio, e questo è un bene ma creo che sia utile superare le logiche campanilistiche. Serve schierarsi non solo per il proprio territorio ma anche fare proposte di respiro. Sarebbe bello ad esempio che ci fossero grandi azionisti anche di altri territori italiani così che possano esserci sinergie utili per tutti. Il denominatore comune di tutti i partecipanti sarà l’etica e il rispetto delle regole». E in questa chiave è pensata anche la governance del patto: «Ogni soggetto ha diritto ad essere ascoltato, però poi non si pesano le teste, ma le azioni. Oggi non abbiamo risposte: questo patto non è stato costruito per rispondere subito a tutto ma per essere pronto a rispondere quando ce ne sarà bisogno».

Infine, il management: la nascita di un patto di consultazione potrebbe essere letta anche come un modo per fare da pungolo all’attuale management. «Non è un pungolo, è un modo anzi per supportare i manager e fare chiarezza: sai chi sono i tuoi azionisti, e condividi con loro le scelte strategiche. È l’interlocutore ideale, perché è un soggetto serio, forte e affidabile. E ci fa piacere che sia stato subito percepito come tale dai vertici della banca. Ma quello manageriale non è in alcun modo il focus dell’iniziativa: non avrebbe senso, considerato che abbiamo peraltro appena rinnovato il board. Sul consiglio di amministrazione anzi mi sento di dire che la qualità è indubitabile: sono state inserite professionalità tali che non potranno che portare beneficio alla banca».

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