dal 21 marzo al cinema

Uccidere per proteggere razza e religione in Birmania: al cinema dal 21 marzo «Venerabile W.»

di Enrico Bronzo


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«Venerabile W.»

3' di lettura

«Ho scritto due sermoni sui pesci-gatto africani. I pesci-gatto hanno queste caratteristiche principali: crescono molto velocemente e si riproducono molto in fretta. Inoltre sono violenti. Divorano la loro stessa specie e distruggono le risorse naturali dell’ambiente in cui vivono. I musulmani sono come questi pesci-gatto».

Parte così, con le parole del monaco buddista Wirathu a cui è dedicato, il documentario di Barbet Schroeder, «Venerabile W.» , ultima parte della trilogia del male del regista francese, iniziata nel 1974 con «Generale Idi Amin Dada» e seguita poi nel 2007 con «L’avvocato del terrore» su Jacques Vergès. Anche questa volta si tratta di una lunga intervista del regista a Wirathu, un singolare maestro buddhista birmano che predica la protezione della razza e della religione, esortando di fatto al massacro del popolo musulmano dei Rohingya. Un massacro già perpetrato e in atto.

Le Vénérable W.

Il documentario, che sarà in sala con Satine Film il 21 marzo - giorno in cui si celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale - e che ha ottenuto il patrocinio di Amnesty International, racconta con l’intervista e immagini di repertorio la figura paradossale di questo monaco buddista che pratica l’odio verso i musulmani.

Un lato sconosciuto del buddismo
«Il venerabile W.» svela la figura e il percorso di Wirathu, maestro buddhista birmano che predica “la protezione della razza e della religione”, esortando al massacro del popolo musulmano dei Rohingya.

Atteggiamento di ostilità che viene amplificato anche in due differenti campagne elettorali di due politici che suggeriscono di «controllare case di certe razze per questioni di pubblica sicurezza» o di tornare ai propri Paesi d’origine ai genitori di fede islamica non allineato all’Occidente in materia «di libertà delle donne di vestirsi come vogliono». Problemi secolari, approfonditi all’Anteo di Milano con la visione di questo documentario sconvolgente che consiglio vivamente di andare a vedere.

    Il regista candidato al Premio Oscar Barbet Schroeder (Barfly, Il mistero Vol Bulow) si chiede come una filosofia così pacifista e tollerante come il buddhismo, da lui stesso praticata, possa provocare tali degenerazioni nell’animo umano. Attraverso un’intervista esclusiva con Wirathu, Schroeder ci porta dolorosamente - in un viaggio dagli Anni Novanta ai giorni d’oggi - a conoscenza di una situazione pressoché sconosciuta in Italia, ma che riflette in modo esponenziale i delicati equilibri internazionali e si ripercuote su ogni Paese, per quanto geograficamente lontano.

    Wirathu durante un sermone

    Le parole del regista
    «È vero - confessa a Milano il regista presente all’anteprima - per convincere Wirathu a rilasciare l’intervista gli ho detto che nel mio Paese ci sarebbero state a breve le elezioni e che Marine Le Pen, che lui ammira, poteva diventare presidente della Francia».

    E va detto che Wirathu, responsabile di un vero e proprio genocidio ed esodo musulmano (sono ben 300mila i rifugiati in Bangladesh), mostra in tutto il docu la sua attenzione alla politica internazionale, la sua ammirazione per Donald Trump e anche la grande capacità di utilizzo dei social media per la sua battaglia. Trump che secondo quanto scrive Roberto Saviano su Repubblica di oggi nell’articolo «La carovana degli ultimi in fuga dall’Honduras e dall’inferno dei narcos» dice che la carovana sarebbe infililtrata da «ignoti mediorientali».

    Wirathu mostra il filmato con la ricostruzione dell’uccisione di una ragazza a opera di tre musulmani

    Dal regista arrivano poi parole davvero critiche su Aung San Suu Kyi, attuale consigliere di Stato, una sorta di primo ministro, della Birmania che, a detta di Schroeder, sarebbe «connivente con il regime militare». «San Suu Kyi ha accettato il potere dopo aver fatto un patto coi militari - dice -. Non ha mai parlato direttamente e ufficialmente dei Rohingya, come se non esistessero. Sul suo sito anzi - continua Schroeder - racconta che i musulmani darebbero fuoco alle case e che gli stupri ai loro danni sarebbero solo fake news. Ha fatto poi venire il Papa senza menzionare nulla di questa vicenda».

    Wirathu, spiega poi il regista, «ha visto il film e pensa di
    uscirne bene, proprio come era capitato ad Amin Dada e come
    capita a Donald Trump quando non capisce le reazioni della gente
    di fronte ai suoi comportamenti».

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