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Ucraina e Francia, con l’asse Lega-M5S trema l’unità della maggioranza

Conte non ha preso posizione sulle elezioni in Francia, mentre Salvini ha incontrato il neo-rieletto premier ungherese Orban: sulla politica internazionale ci sono segnali di insofferenza verso la politica europeista ed atlantistica del governo Draghi

di Barbara Fiammeri, Emilia Patta

Salvini: "Opportuno incontro con Orban? Non scherziamo, ha visto Papa"

3' di lettura

La sorprendente equidistanza di Giuseppe Conte, che in tv evita di schierarsi tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen in vista dell’importante ballottaggio di domenica in Francia. E l’incontro di Matteo Salvini con il rieletto premier ungherese Viktor Orban a Roma per la visita al Papa. Forse parlare di un segnale di riavvicinamento tra i giallo-verdi è troppo, ma certamente tanto dal M5s che dalla Lega arriva quasi all’unisono un ulteriore indizio dell’ insofferenza a far propria la linea europeista ed atlantista del governo guidato da Mario Draghi di cui fanno parte.

Il rapporto fra Orban e Putin

Non si può non evidenziare che tanto Le Pen quanto Orban sono i principali e pressoché unici alleati di Vladimir Putin nell’Unione europea. La leader del Rassemblement national, come emerso anche nel confronto televisivo di mercoledì sera con il presidente uscente, ha ammesso di essere stata finanziata da una banca russa molto vicina al Cremlino e di aver ricevuto denaro anche da un istituto di credito ungherese. Anche Orban infatti non ha mai nascosto il suo rapporto privilegiato con il presidente russo, che non a caso si è subito congratulato per la sua rielezione, manifestando la contrarietà sia alle sanzioni sia all’invio di armi all’Ucraina per difendersi dall’aggressione russa. Al netto del fatto che l’Ungheria, come ha sottolineato Papa Francesco ieri, è tra i Paesi in prima linea nell’accoglienza dei profughi ucraini assieme alla Polonia. E infatti a chi gli chiedeva se non ritenesse inopportuno il sua vis a vis con Orban, Salvini ha risposto con un «non scherziamo... se non ero opportuno io non lo era neppure il Santo Padre».

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La possibile mozione comune giallo-verde

Con queste premesse non sorprendono le voci insistenti provenienti dalla Camera su una possibile mozione da parte di alcuni deputati pentastellati e leghisti pronti a dichiararsi a favore della cessione del Donbass alla Russia in cambio del cessate il fuoco immediato. Il tutto mentre prende nuovamente slancio, anche grazie alla trasferta a Roma del Garante Beppe Grillo, la richiesta dei 5 Stelle di uno stop all’invio di armi in Ucraina proprio nei giorni in cui il governo sta mettendo a punto un nuovo provvedimento che dovrebbe comprendere anche mezzi pesanti fin qui esclusi.

Maggioranza in pericolo?

Dal M5s e dalla Lega, dunque, più di un segnale disgregante dell’unità della maggioranza rispetto al tema decisivo di queste ore. Il posizionamento internazionale - più del superbonus o del catasto - è la precondizione per la tenuta del governo. Il passaggio del ballottaggio francese di domenica sarà decisivo anche per il futuro dell’Europa, come sottolinea un preoccupatissimo Enrico Letta, che nei giorni scorsi aveva ribadito al Washington Post «se vince Le Pen vince Putin. Se vince Putin muore l’Europa». E ancora ieri, pur non volendo commentare ufficialmente la performance televisiva del suo “alleato” Conte, ripeteva ai suoi: «Nessun dubbio mai su quale sia la parte giusta della storia».

Il nodo delle elezioni francesi

Tra i dem, e non solo, c’è la convinzione che un’eventuale sconfitta di Macron provocherebbe un effetto domino anche nel resto del Continente, e in primis proprio in Italia. Dove Lega e M5s sono sempre più tentati dal rompere la larga maggioranza per lucrare dall’opposizione su posizione “populiste”. Quell’opposizione da dove Giorgia Meloni ha già surclassato Salvini e la sua Lega nel consenso degli italiani ma che paradossalmente sul fronte internazionale appare molto più in linea con il posizionamento di Draghi. Non è un caso che ieri non solo nessun esponente del governo abbia incontrato Orban, ma che pure la stessa Meloni si sia tenuta a debita distanza. Ancora una volta e sempre di più, insomma, la guerra in Ucraina si conferma essere la cartina di tornasole per la tenuta o la rottura delle alleanze.

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