ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa crisi internazionale

Ucraina, l’ambasciatore in Italia: Draghi mediatore importante, per fare finire la guerra servono le armi

Yaroslav Melnyk ha incontrato gli studenti del corso di Management politico della 24ore Business School: «Aspettiamo lo status di candidato all’Ue»

di Andrea Carli

Draghi: "Occorre piano Marshall per ricostruzione Ucraina"

4' di lettura

Una data che ha cambiato il mondo, piovendo come un macigno sulle spalle di tutti. Il 24 febbraio, giorno che ha registrato l’inizio dell’operazione militare promossa dalla Federazione russa ai danni dell’Ucraina e del suo territorio, ha scritto un nuovo capitolo della storia contemporanea. Non solo il popolo dell’Ucraina, ma l’intera comunità internazionale ha dovuto fare i conti con quanto è accaduto. Oggi, quando il calendario segna inesorabile 78 giorni di guerra, non resta che ragionare su un doppio canale, se si vuole porre fine quanto prima alle ostilità: da una parte sostenere, anche con l’invio di armi pesanti, il governo di Kyiv, in quanto paese aggredito e non aggressore; e dall’altra continuare a puntare sulla diplomazia.

È questo uno dei (tanti) messaggi lanciati da Yaroslav Melnyk, ambasciatore d’Ucraina in Italia, in occasione di un incontro organizzato dal docente Giangiacomo Calovini con gli studenti del corso di Management politico della 24ore Business School. E se questo è lo scenario, il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi può svolgere un «ruolo molto importante» nel percorso di mediazione per arrivare alla fine del conflitto tra Russia e Ucraina, considerato «il suo profilo euroatlantico e la sua difesa dei valori democratici ed europei». E poi c’è un altro “convitato di pietra”: «Il ruolo della Cina è fondamentale. Pechino deve decidere se promuovere una mediazione diplomatica sostanziale o rimanere super partes».

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«Confidiamo che i nostri alleati europei e mondiali ci aiuteranno a ricostruire il Paese»

Ma c’è anche un altro aspetto che ha va considerato, contemporaneamente e in parallelo a quello delle strategie per mettere fine alle ostilità. Ed è quello della ricostruzione dell’Ucraina, granaio d’Europa, nella convinzione, come è già accaduto dopo le rovine della Seconda guerra mondiale e il successivo boom economico che, una volta terminata questa «tragedia enorme della nostra storia, ad ogni guerra fanno seguito possibilità sul piano della ricostruzione, possibilità di sviluppo. Naturalmente - ha continuato l’ambasciatore - con l’inizio della guerra è cambiato il ritmo di sviluppo del Paese, in diversi settori. La nostra economia perde terreno. È difficile fare previsioni sull’impatto che avrà sul Pil. Speriamo tantissimo di collaborare con i nostri alleati europei e mondiali. Confidiamo che ci aiuteranno a ricostruire il paese».

Tra modello Piano Marshall e focalizzazione su alcune regioni strategiche

In occasione del recente viaggio negli Usa il capo del Governo italiano Mario Draghi ha proposto al presidente Usa Joe Biden un piano di sostegno per l’Ucraina, sul modello del “Piano Marshall”. «Le modalità per garantire uno sviluppo dopo il conflitto possono essere diverse, ovviamente anche un modello “Piano Marshall”. Il presidente Zelensky - ha ricordato il diplomatico - ha già detto che l’auspicio è quello che l’approccio dei paesi occidentali si focalizzi su alcuni regioni o alcuni settori della nostra economia. Ad esempio, la Gran Bretagna ha annunciato di voler concentrare il suo sostegno nella regione di Kyiv, che sotto quest’ottica diventa il centro nevralgico per una ricostruzione orientata all’innovazione. La Danimarca ha scelto la città di Mykolaiv, i Paesi Baltici la regione di Zhytomyr. Ci stiamo preparando pian piano per questo processo di innovazione dell’Ucraina. Non sappiamo ancora quanto servirà, a livello di risorse finanziarie, per ricostruire. È troppo presto. Deve prima cessare il conflitto».

«Aspettiamo status di candidato all’Ue»

Se negli ultimi anni l’Ucraina ha guardato all’Europa, ora, dopo l’aggressione russa, la comunanza di valori è, se possibile, ancora più forte. «Già nel 2014, con l’operazione nel Donbass, è stato promosso un accordo di associazione tra Ucraina e Ue. Il popolo ucraino ha scelto di aderire all’Unione europea - ha messo in evidenza l’ambasciatore -. Dopo il 24 febbraio la volontà di aderire è cresciuta ulteriormente. Ora oltre il 90% del popolo ucraino sostiene questa soluzione. Questa è la nostra scelta. Abbiamo dimostrato di sentirci europei, e di meritare di essere membri della Ue. Stiamo difendendo gli stessi valori. Dobbiamo chiedere ai politici di realizzare ciò che la gente vuole, e la gente, sia in Ucraina sia nei paesi Ue, vuole che Kyiv entri nella famiglia europea. A giugno ci sarà un vertice del Consiglio europeo. Si deciderà se riconoscere all’Ucraina la posizione di candidato all’Unione europea. L’attesa per quel momento è grande: confidiamo che ciò accada. Tutti i leader dichiarano che l’Ucraina fa parte dei popoli europei. A questo punto serve un passo in quella direzione. Questo non significa che, una volta ottenuto lo status di candidato, il giorno dopo l’Ucraina diventerà membro Ue. Dobbiamo fare il nostro “compito a casa” per proseguire nella direzione di questo processo. Serve un segnale politico dall’Europa».

«Dalla Nato non abbiamo ricevuto il segnale che cercavamo»

Allo stato attuale l’ipotesi di un ingresso nella Nato sembra, se non proprio riposta nel cassetto, perlomeno accantonata. «Oltre all’interruzione delle operazioni militari - ha spiegato Melnyk - la priorità è l’adesione alla Ue. Dall’Alleanza Atlantica non abbiamo ricevuto il segnale concreto che cercavamo. Dobbiamo trovare un altro modo per garantire la sicurezza del paese, la sua integrità territoriale».

«Ora ci servono armi»

Bisogna capire come. La premessa del diplomatico ucraino è che «dal 2014 non è emersa da parte dei russi la volontà di finire questa guerra. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non dà garanzie di sicurezza a nessun Paese». Se questo è il contesto, la conclusione del ragionamento viene da sè. «Chiediamo armamenti, anche pesanti, per difendere il nostro territorio. Non attacchiamo nessuno. La Russia, paese aggressore, purtroppo comprende solo il linguaggio della forza. Vediamo che i russi non sono pronti a fermare la guerra. Per farla finire servono le armi e non le sole dichiarazioni politiche. Chiediamo ai nostri partner di fornirci armamenti», ha sottolineato Yaroslav Melnyk. Un messaggio per le opinioni pubbliche dei paesi occidentali. Ma l’ultimo messaggio è stato per «l’uomo che si trova al Cremlino, e che vuole espandere la sua zona di influenza ben oltre i confini del suo paese». Eccolo: «Siamo sicuri che la verità è dalla nostra parte». Scriveva Albert Camus: «Ci sono giorni in cui il mondo mente, giorni in cui dice il vero. Stasera dice il vero... e con quale triste e insistente bellezza».

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