Interventi

Ue in Africa per sostituire gli Usa e promuovere la digital economy

L'unione punta a trasformarsi da payer a player usando il suo enorme potere finanziario

di Adriana Castagnoli

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L'unione punta a trasformarsi da payer a player usando il suo enorme potere finanziario


3' di lettura

Dalla fine della guerra fredda la presenza dell’Unione europea sulla scena mondiale si è distinta per un modello di relazioni internazionali per molti aspetti antitetico a quello americano. Senza poter contare su un autonomo sistema di difesa, Bruxelles ha contrapposto il soft power all’hard power economico-finanziario e militare di Washington, privilegiando multipolarità e istituzioni internazionali.

In Africa esso si fonda su una molteplicità di network e di programmi per la cooperazione economica che, talvolta, si sovrappongono in modo dicotomico al protagonismo di alcuni Stati nazionali della Ue. Mentre la Francia è fra i maggiori fornitori di armi del Continente, schiera contingenti militari e gestisce i meccanismi di controllo del controverso franco Cfa, Bruxelles cerca di promuovere il ruolo della società civile africana, le infrastrutture come fattore di progresso, l’investimento nel settore privato, i piccoli e medi imprenditori. Network come Africa-Eu economic and social stakeholders, meeting come Eu-Africa Business summit e quadri strategici come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e l’Agenda 2063 dell’Unione africana rappresentano cornici di riferimento imprescindibili per le relazioni euro-africane.

Il soft power europeo si implementa in diversi programmi di aiuti ai Paesi in via di sviluppo, la cui efficacia è stata riconosciuta dall’Ocse. Bruxelles si è ripromessa di ridurre povertà e diseguaglianze, promuovere sicurezza e stabilità, sviluppo degli investimenti e delle imprese, formazione del capitale umano e tutela dell’ambiente. Grazie a questi progetti, in Etiopia i collegamenti con le comunità rurali sono notevolmente migliorati; in Marocco sono stati attratti capitali esteri; in Nigeria la quota di persone che ha un accesso sicuro al cibo è raddoppiata. In Ruanda si è supportato un sistema di cura universale che raggiunge circa il 90% della popolazione. In Burkina Faso l’acqua potabile è arrivata in 260 villaggi sui 360 che ne erano privi.

Eguaglianza di genere ed empowerment delle donne sono stati promossi attraverso settori e regioni, sostenendo il completamento delle scuole primarie da parte delle bambine.

Inoltre, Bruxelles ha posto le basi per una cooperazione nel settore della digital economy, creando una task force che ha predisposto una piattaforma di partnership per il settore privato, le organizzazioni internazionali, le istituzioni finanziarie e la società civile, basata su una comune comprensione di come la metamorfosi africana, con l’accesso alla banda larga, potrebbe produrre un’integrazione che arrecherebbe enormi benefici per tutti.

Lo sperpero dell’influenza americana, soprattutto da parte dell’attuale amministrazione di Washington, e l’aggressiva sfida cinese hanno spinto il premier giapponese Shinzo Abe e Jean-Claude Juncker, ancora presidente della Commissione europea, a firmare un ambizioso accordo di 60 miliardi di euro in risposta alla Belt and road initiative di Pechino, per realizzare infrastrutture e stabilire standard di sviluppo comuni con progetti congiunti nel mondo e, in particolare, in Africa.

Questa connectivity partnership coprirà diversi settori dai trasporti alle industrie digitali come parte di un più ampio sforzo di cooperazione multilaterale per far fronte al ritiro americano dagli accordi internazionali. L’ambizione della Ue è di trasformarsi da payer in player usando il suo enorme potere commerciale e finanziario in investimenti nevralgici per la politica estera. Anche per questo la Ue ha iniziato ad assumere un approccio duro con la Cina, “rivale sistemico” in alcuni campi ma altresì competitore o partner in altri.

Tra il 2018 e il 2022, dieci economie subsahariane spiccheranno fra i primi venti Paesi a più rapida crescita economica globale. Questo elevato ritmo di crescita, unito a una maggiore stabilità politica e all’introduzione di incentivi agli investimenti nel comparto industriale in due Paesi su tre, attira sempre più in Africa l’interesse di potenze emergenti o ri-emergenti quali India, Turchia e Russia. Benché la Ue a 28 sia ancora il primo partner commerciale dell’Africa, dal 2006 al 2018 ha aumentato in misura modesta i suoi commerci con il Continente (+41%) rispetto alla esponenziale crescita di Cina (+226%), India (+292%) e Turchia (+216%).

Eppure certi segnali di insofferenza nei confronti della pervasiva presenza del Dragone vanno colti come un’occasione per l’Occidente d’incrementare il proprio impegno economico-politico in Africa. In questa direzione va, peraltro, l’annuncio che Bruxelles assicurerà 40 miliardi di euro, dal 2021 al 2027, per interagire con il Piano Marshall per l’Africa lanciato da Berlino nel 2017.

Per parte loro gli Stati Uniti, mancando da tempo di una coerente politica estera verso l’Africa, hanno finito con agevolare altri partner e rivali come Ue e Cina. Ma con la Russia alla ricerca di un nuovo status di potenza attraverso la sua expertise militare, l’Europa potrebbe trovarsi a dover amaramente riconoscere che la geopolitica di potenza non è finita e che il soft power per cui si è attrezzata, senza poter contare su un autonomo sistema di difesa, non è adeguato al nuovo ordine mondiale.

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