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Ue, anche Cina e Russia nel mirino di nuove sanzioni. Rappresaglia di Pechino

Fra gli altri paesi colpiti Libia, Myanmar, Eritrea e Sud Sudan. Pechino risponde sanzionando eurodeputati e il Comitato politico e di sicurezza della Ue

dal nostro corrispondente Beda Romano

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I punti chiave

  • Anche Cina e Russia colpite dalle nuove sanzioni Ue per violazione dei diritti umani
  • Bruxelles punisce quattro funzionari cinesi e un’entità per abusi contro la comunità uigura e Mosca per torture contro attivisti Lgbt e ceceni
  • Immediata la rappreseglia di Pechino

3' di lettura

Bruxelles - Si aggravano le tensioni tra Bruxelles da un lato, Pechino e Mosca dall'altro. I Ventisette hanno deciso di applicare il 22 marzo il nuovo regime sanzionatorio riservato ai paesi che violano i diritti umani. Ad essere colpiti sono stati sei paesi, tra cui la Cina e la Russia. Dal governo cinese sono giunte immediatamente le prime ritorsioni, anche contro parlamentari europei. Nel frattempo, sanzioni sono state decise anche nei confronti di Myanmar (l'ex Birmania).

Riuniti qui a Bruxelles, i ministri degli Esteri dell'Unione europea hanno deciso di sanzionare quattro funzionari e una entità cinesi per abusi contro la comunità uigura, di religione musulmana e situata nella regione dello Xinjiang. Altre sanzioni sono state decise contro la Libia, accusata di uccisioni e rapimenti; la Russia, per via di torture contro attivisti Lgtb e opponenti politici in Cecenia; il Sud Sudan e l'Eritrea sulla scia di esecuzioni arbitrarie.

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La rappresaglia di Pechino

Le sanzioni - imitate da Washington, Londra e Ottawa - si traducono nel congelamento di qualsiasi attività finanziaria in Europa e in un divieto di viaggio verso l'Unione europea. Le misure, che riguardano 11 persone e quattro entità in sei paesi, si basano su un nuovo regime sanzionatorio per combattere violazioni dei diritti umani messo a punto alla fine dell'anno scorso sulla falsariga del meccanismo americano detto Magnitsky Act (si veda Il Sole/24 Ore dell'8 dicembre 2020). La Cina ha reagito istantaneamente. Fin da ieri, Pechino ha sanzionato dieci esponenti comunitari, tra cui alcuni deputati europei: il verde tedesco Reinhard Butikofer, il popolare tedesco Michael Gahler, il socialista francese Raphael Glucksmann, il liberale bulgaro Ilhan Kyuchyuk e la popolare slovacca Miriam Lexmann.

Il governo cinese li ha accusati di «minare seriamente la sovranità e gli interessi della Cina, diffondendo bugie e disinformazione». Pechino ha anche sanzionato l'organismo diplomatico europeo che ha deciso tecnicamente le sanzioni, ossia il Comitato politico e di sicurezza. Le sanzioni cinesi prevedono il divieto di viaggio, anche per le famiglie delle persone prese di mira. Da Bruxelles, molti esponenti politici hanno criticato l'iniziativa cinese di prendersela con dei parlamentari. In una conferenza stampa, l'Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Josep Borrell ha definito «inaccettabili» le ritorsioni cinesi. L'iniziativa europea non è piaciuta neppure a Mosca, già oggetto di sanzioni (si veda Il Sole/24 Ore del 23 febbraio). Il presidente del Consiglio europeo ha discusso ieri al telefono con il presidente russo Vladimir Putin.

Michel: il rapporto con la Russia è «ai minimi»

Charles Michel ha definito i rapporti con la Russia «ai minimi», chiedendo «la cessazione degli attacchi cibernetici» contro gli Stati membri. L'Alto Rappresentante ha denunciato «una deriva verso uno Stato autoritario», mentre Mosca ha definito «conflittuale» l'atteggiamento europeo.Alcuni osservatori si chiedono se sanzionare paesi a tappeto sul fronte dei diritti umani sia compatibile con gli interessi economici dell'Unione e se l'iniziativa non rischi di rivelarsi contraddittoria o incoerente.

In aggiunta alle sanzioni appena descritte contro sei paesi per violazione dei diritti umani, i Ventisette hanno anche sanzionato 11 personalità birmane tra cui il capo della giunta che ha preso violentemente il potere nelle scorse settimane. Secondo l'Associazione di assistenza ai prigionieri politici in Birmania, la stretta ha provocato dal 1° febbraio 250 morti e 2.600 arresti. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha notato ieri che «la repressione è ormai insopportabile». Infine, su tutt'altro versante, durante la conferenza stampa alla fine della riunione ministeriale di ieri, Josep Borrell si è detto preoccupato dalla situazione politica in Libano: «Il Paese potrebbe andare a pezzi ed è nostra responsabilità tentare di impedire che ciò accada».


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