analisiLA NUOVA COMMISSIONE

Ue, così von der Leyen ridisegna le priorità

In cima all’agenda la creazione di un’Europa ambientalmente neutrale, digitalmente avanzata, economicamente sovrana

di Sergio Fabbrini

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Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen (Imagoeconomica)

In cima all’agenda la creazione di un’Europa ambientalmente neutrale, digitalmente avanzata, economicamente sovrana


4' di lettura

Ce l’abbiamo fatta, anche se a fatica. Il secondo governo Conte è riuscito a proporre a Bruxelles un commissario (Paolo Gentiloni) congeniale con la maggioranza europeista che sostiene la nuova Commissione europea. Ce l’ha fatta anche Ursula von der Leyen a comporre una Commissione inclusiva di diversi interessi nazionali e partitici, Commissione che dovrà ricevere (il prossimo mese) l’approvazione del Parlamento europeo. Andrebbe aggiunto che la decisione (presa anni fa) di garantire a ogni Paese un proprio commissario continua a generare una Commissione ipertrofica di 27 membri. Comunque sia, quali sono le novità della Commissione?

Per quanto riguarda il ruolo istituzionale, la Commissione von der Leyen ha interrotto il processo di parlamentarizzazione che era stato avviato dalla precedente Commissione di Jean-Claude Juncker. Disse Juncker il 15 luglio 2014 al Parlamento europeo: «Per la prima volta (la mia Commissione) ha un rapporto diretto con il risultato delle elezioni del Parlamento europeo…in linea con le regole e le pratiche della democrazia parlamentare». Nelle lettere d’incarico ai commissari di pochi giorni fa, Ursula von der Leyen afferma invece che la sua Commissione avrà «un rapporto speciale» con il Parlamento europeo, ma non un rapporto di fiducia politica con esso. Nello stesso tempo, la presidente riconosce la necessità che il Parlamento europeo acquisisca un potere di iniziativa legislativa (che, a Trattati vigenti, spetta esclusivamente alla Commissione), rafforzando così il suo ruolo istituzionale rispetto a quello politico.

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Tuttavia, con von der Leyen, la Commissione ritornerà a collocarsi in una posizione intermedia tra i parlamentari e i governi nazionali. Ciò significa che il Consiglio dei capi di governo (Consiglio europeo) e il Consiglio dei ministri (in particolare l’Ecofin) sono usciti rafforzati dal processo politico scaturito dalle elezioni europee del 26 maggio scorso. Ne consegue, per quanto ci riguarda, che non possiamo fare affidamento su Gentiloni (alla Commissione) o David Sassoli (al Parlamento europeo) per fare sentire la nostra voce, ma è necessario disporre di un governo coeso all’interno di quegli organismi intergovernativi. Una coesione che il capo politico del partito di maggioranza relativa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, sta già mettendo in discussione. Tant’è che ha proposto di creare un comitato del suo partito per controllare il premier nei suoi negoziati europei.

Per quanto riguarda l’agenda programmatica, la Commissione von der Leyen ha cambiato le priorità rispetto a quella di Juncker. Mentre quest’ultima dovette affrontare sfide esistenziali sul piano finanziario o migratorio, la nuova Commissione può invece guardare in avanti. Le sue priorità sono ora la creazione di un’Europa ambientalmente neutrale, digitalmente avanzata, economicamente sovrana. Se il socialista belga Frans Timmermans dovrà promuovere la neutralità ambientale, saranno due donne liberali (la danese Margrethe Vestager e la francese Sylvie Goulard) che dovranno farsi carico di irrobustire il mercato unico europeo.

La missione delle due commissarie è di estendere la digitalizzazione dell’economia europea, di combinare la difesa della competitività del mercato interno con la costruzione di campioni industriali europei in grado di competere all’esterno, di avviare un’industria della difesa capace di generare le tecnologie necessarie per rendere l’Europa parzialmente indipendente dagli Stati Uniti.

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È prevedibile che le priorità di questo programma incontreranno resistenze negli stati membri. Timmermans dovrà scontrarsi con i Paesi di Visegrad, che avevano già rifiutato di applicare i precedenti protocolli, europei o internazionali, di controllo ambientale. Lo stesso concetto di politica industriale europea (finalizzata a rendere l’Europa competitiva nei settori strategici con Paesi come Cina e Stati Uniti) è rifiutato dai Paesi del nord, anche se comincia ad essere accettato dalla Germania. Il progetto di un’industria europea della difesa dovrà misurarsi con le gelosie, le paure e gli interessi degli stati membri. È bene che l’Italia non sia tra i frenatori di tali priorità. Piuttosto, dovrebbe contribuire a creare la coalizione necessaria affinché gli investimenti (per realizzare quelle priorità) siano sottratti dai calcoli del Patto di stabilità e crescita.

Per quanto riguarda la politica economica, infine, la Commissione von der Leyen ha introdotto alcune, seppure timide, novità. Certamente, vi è ancora molta continuità. Gentiloni dovrà farsi carico del controllo (sotto la supervisione del vicepresidente lettone Valdis Dombrovskis) del rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita da parte degli Stati membri. Tuttavia, gli viene chiesto anche di preparare azioni per semplificare la regolazione delle politiche economiche nazionali, di ridurre la differenziazione tra i regimi fiscali nazionali (che hanno portato alla formazione di veri e propri paradisi fiscali, ad esempio nei Paesi Bassi e in Irlanda) e di promuovere programmi anticiclici per contrastare la disoccupazione asimmetrica (che colpisce alcuni Paesi piuttosto che altri). La Commissione von der Leyen non si impegna a perseguire obiettivi più ambiziosi. Spetterà a Gentiloni agire per allargare lo spazio d'azione riformista, per avanzare (ad esempio) verso un euro-budget, anche se dovrà fare i conti con opposizioni diffuse (della coalizione anseatica in particolare).

Insomma, la Commissione von der Leyen ha introdotto alcune novità rispetto a quella precedente. Certamente non mancano resistenze, al suo stesso interno, verso un’evoluzione riformista della sua azione. Colpisce, ad esempio, che la responsabilità della Conferenza sul futuro dell’Europa sia stata assegnata a Dubravka Suica, espressione di un Paese (la Croazia) appena entrato (nel 2013) nell’Unione europea. Ma qui il governo italiano potrebbero esercitare un ruolo positivo, avanzando proposte realistiche ma innovative. Essere rientrati nel gioco europeo è stata una condizione necessaria, ma non sufficiente, per fare sì che l’interesse nazionale e quello europeo riescano finalmente a convergere.

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