competitività

Ue e Cina accelerano, più vicino l’accordo sugli investimenti

Germania e Francia avrebbero dato luce verde per chiudere entro fine anno. L’ultima concessione di Pechino: ridotti i settori vietati alle imprese straniere

di Rita Fatiguso

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(Reuters)

3' di lettura

Germania e Francia, stavolta, sarebbero d’accordo, in linea di principio, alla chiusura entro l’anno del negoziato per il Bilateral investment agreement (BIT) tra Europa e Cina giunto al 35esimo round in sette anni. Voci che si rincorrono, ma le trattative, non a caso, sono state prolungate ad libitum oltre il limite finale del 10 dicembre.

Per il presidente cinese Xi Jinping la sigla del BIT è una promessa lanciata a novembre durante il CIIE, la Fiera dell’Import di Shanghai, destinata a essere mantenuta a ogni costo, “bruciando” sul tempo la riapertura del multilateralismo da parte dei rivali americani, condizionati dal fatto che il nuovo presidente Joe Biden si insedierà alla Casa Bianca soltanto il prossimo 20 gennaio.

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Nicolas Chapuis, ambasciatore dell’Unione Europea a Pechino, si è sbilanciato, a sua volta, confermando indirettamente l’interesse europeo per una chiusura entro l’anno del negoziato. Per Chapuis ci sono ampi margini. Certo, continuano a pesare le questioni dei diritti umani, da Hong Kong allo Xinjiang, che l’Unione Europea non ha mancato di censurare, ma è innegabile che le trattative commerciali procedono, tanto è vero che si continua a limare il testo, comma dopo comma.

Uno degli ostacoli da rimuovere è quello dell’accesso reciproco ai mercati. Tuttavia la Cina sta cercando di mettere sul tavolo nuove offerte, prima la “benedizione” da parte di Xi Jinping degli aggiornamenti della legge sulla proprietà intellettuale, oggi il taglio ulteriore della lista degli investimenti vietati agli stranieri in Cina.

La negative list appena aggiornata implica che, ad esempio, le società straniere d’ora in poi potranno esplorare e produrre petrolio e gas in Cina. Cadono anche le restrizioni alle imprese straniere che cercano di effettuare la valutazione delle emissioni di carbonio in Cina.

Pechino ha infatti appena ridotto il numero di settori e industrie vietati agli investitori stranieri a 123 da 131 nel 2019 (erano 151 nel 2018).

La negative list ha sostituito il catalogo degli investimenti che veniva periodicamente aggiornato, un elenco compilatorio di attività autorizzate in Cina per gli stranieri. Con la negative list la prospettiva cambia completamente. Tra l’altro una interpretazione condivisa ne parla come di una normativa che si applica alle aziende cinesi e, anche, a quelle straniere.

Il fatto che l’elenco 2020 delle industrie che sono limitate o vietate si sia ridotto a 123, stando a quanto pubblicato dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (NDRC), è un bel regalo per il negoziato in corso.

Gli ultimi sviluppi sembrano offrire quindi il destro a chi pensa che l’Europa debba ricavarsi uno spazio a sè. «Vedo bene un’Europa in grado di giocare un ruolo nuovo rispetto alla Cina che sia indipendente da quello con gli Usa», dice Mario Boselli, presidente della Fondazione Italia Cina. «Speriamo che il negoziato segua il suo corso e che si concluda entro l’anno», gli fa eco Marco Marazzi, avvocato di Baker&MacKenzie. Marazzi non nasconde lo scetticismo, ma comunque sottolinea l’importanza dell’intesa, quando ci sarà. «Man mano che si assottigliano le attività vietate - osserva Carlo D’Andrea, presidente della Camera di commercio europea in Cina - i paletti all’ingresso del mercato cadono».

Intanto c’è da dire che l’interscambio tra Europa e Cina sembra consolidarsi, anche a ottobre Pechino - stando ai dati Eurostat - è il principale partner commerciale dell’Unione Europea, concretizzando una svolta che si è realizzata in luglio, con il sorpasso della Cina sugli Usa.

Gli scambi UE-Cina nei primi dieci mesi del 2020 si sono attestati a circa 477,7 miliardi di euro (582,8 miliardi di dollari USA), con un aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2019, sempre secondo Eurostat.

Al contrario, il commercio di merci con gli Stati Uniti nel periodo gennaio-ottobre è sceso a 460,7 miliardi di euro, in calo dell’11,2% su base annua. Il commercio internazionale della Ue è bruscamente diminuito da febbraio in poi, e ha raggiunto il suo minimo ad aprile, dopo che l’Europa è stata identificata dall’Organizzazione mondiale della sanità come l’epicentro del COVID-19 a metà marzo. Gli scambi di merci sono aumentati in maggio e si sono stabilizzati a giugno, sebbene ancora al di sotto dei livelli pre-Covid-19. A ottobre, l’Unione Europea ha esportato beni per 178,9 miliardi di euro, in calo del 10,3% su base annua, e ha importato 150,8 miliardi di euro, con una diminuzione del 14,3% rispetto al mese di ottobre del 2019.

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