ANALISI

Ue, la lezione attuale del secondo dopoguerra

di Gianni Toniolo


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George Marshall. segretario di Stato Usa nel 1947

3' di lettura

«Solo pensando all’Europa come a un tutto potremo risolvere i suoi problemi» confidò George Marshall ai propri collaboratori. Era il febbraio 1947 e il neo segretario di Stato stava volando da Mosca a Washington. «Mi sono reso conto - disse - che sapevamo come finire la guerra, ma non come per gestire la pace. Sinora abbiamo cercato di risolvere i problemi Paese per Paese, ma non facciamo molti progressi, li risolveremo solo affrontandoli con una visione d’insieme dell’Europa».

Quattro mesi dopo, il 5 giugno, parlando agli studenti dell’Università di Harvard, Marshall lanciò il piano che prese il suo nome. Il Piano non fu, come molti pensano, un mero flusso di aiuti e prestiti ma lo strumento con il quale gli Stati Uniti avviarono l’Europa sulla via della cooperazione. Si cominciò con l’Oece (Organizzazione per la cooperazione economica europea ), mettendo attorno a un tavolo parigino, per coordinare l’uso degli aiuti statunitensi, i rappresentanti di governi che fino a tre anni prima si erano ferocemente combattuti. I dollari servirono a lanciare, nel 1950, l’Unione europea dei pagamenti, il primo passo della graduale ricostruzione degli scambi multilaterali nel Vecchio continente. L’anno dopo, per la prima volta nella storia, stati sovrani cedettero una parte, ancora molto piccola, della propria sovranità a un’entità sovranazionale, la Ceca. Gli Adenauer, gli Schuman, i De Gasperi non erano né ingenui né poco patriottici, ma sapevano che solo affrontando con successo i problemi dello sviluppo e della sicurezza i nuovi governi europei potevano ritrovare la legittimazione popolare che i loro predecessori avevano perso con la Grande crisi e la guerra. Essi avevano compreso, come Marshall, che sviluppo economico e sicurezza avevano, già allora, dimensioni europee.

A settantuno anni di distanza da quel volo tra Mosca e Washington, l’Europa, allora in rovina, è democratica, prospera, egualitaria come mai prima nella sua storia. Ed è pacifica, un risultato impensabile: il centenario del 1918, ci ricorda che allora la “pace” fu solo una tregua nella seconda guerra dei trent’anni.

In un mondo totalmente cambiato, è ancora vero che i problemi del nostro continente possono essere risolti solo nella dimensione europea? Oppure i singoli Paesi possono oggi affrontare meglio da soli i vecchi problemi della crescita e della sicurezza e quelli nuovi del clima, delle migrazioni, delle catene del valore, della concorrenza delle grandi imprese tecnologiche, della ricerca scientifica? Molti, soprattutto in Italia, sembrano essere di questa opinione. Non la pensano così sei importanti politici e intellettuali tedeschi, tra i quali il filosofo Jürgen Habermas e Friedrich Merz, candidato alla guida della Cdu nelle elezioni di dicembre. Dicono ai loro concittadini di essere fortemente preoccupati per il futuro dell’Europa e della stessa Germania. Vedono in pericolo le conquiste degli ultimi settant’anni per il rialzarsi «della brutta testa del nazionalismo» e la ritirata della solidarietà di fronte all’avanzata dell’egoismo, come se avessimo tutti dimenticato la storia. Non si fermano però alla preoccupazione e alla denuncia: propongono una difesa comune europea, meno costosa e molto più efficiente, e un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Sostengono, realisticamente, la necessità di forti compromessi, senza i quali non può esistere democrazia.

Nel 1947, Marshall comprese che i Paesi europei erano troppo deboli per difendersi da soli e già allora troppo piccoli per scrollarsi unilateralmente di dosso l’eredità del protezionismo autarchico che aveva prodotto crisi economica e guerra. Il mondo è oggi, per molti versi, più complesso di quello di allora perché multipolarità e interconnessione hanno reso tutti dipendenti da tutti e per quanto abbiamo vissuto nella Grande recessione e toccato tragicamente in questi giorni per gli esiti di cambiamenti climatici le cui cause non possiamo più lasciare affrontare ai nostri nipoti.

Mentre i britannici si accorgono che è quasi impossibile lasciare l’Unione europea, per ragioni che non sono giuridiche o burocratiche ma economiche e geopolitiche, molti italiani, polacchi, ungheresi si illudono che potrebbero vivere meglio uscendo dall’Unione. Non si rendono conto che dipenderebbero da politiche dettate da altri interessi nazionali, politiche che non potrebbero in alcun modo influenzare, piccola nave “in gran tempesta”.

L’Unione europea ha molti difetti che devono essere migliorati, ma lo si può fare solo dall’interno, dando autorevolezza alla propria voce con comportamenti cooperativi. Ricordando però che molti difetti sono percepiti in un modo a Sud delle Alpi e in quello opposto a Nord, in un modo a Ovest e un altro a Est. Questi possono essere corretti, come dicono Habermas e gli altri, solo con la pazienza dei compromessi proprio perché, malgrado le caricature che se ne fanno, già ora l’Unione europea è una convivenza democratica di interessi e aspirazioni diverse. Così come è stata ed è l’Italia, dall’Unità a oggi. Uscire oggi dall’Unione europea come ieri dall’Italia non migliorerebbe né la vita del Centro-Nord né quella del Mezzogiorno, le renderebbe nella migliore delle ipotesi più precarie.

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