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Ue, necessità irrinunciabile e futuro da reinventare

di Adriana Cerretelli

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(ASSOCIATED PRESS)


3' di lettura

Dovrebbe cambiarle faccia e vita questo 60° compleanno che sorprende l’Europa nel mezzo di un guado insidioso. Dovrebbe, per restituirle fiducia in se stessa e futuro.

Questo si propone la dichiarazione di Roma che sarà firmata domani dai capi di Stato e di Governo dei 27. Anche se lo fa con estrema cautela, per non rompere la fragile unità di una famiglia in crisi: già si prepara a perdere un grande Paese come la Gran Bretagna, già perde consenso tra la sua gente, almeno vuole evitare altri scismi e diserzioni.

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IL CAMMINO DELL’EUROPA

IL CAMMINO DELL’EUROPA

Sessant’anni dopo la nascita, l’Europa resta una necessità irrinunciabile, un imperativo esistenziale: senza, sarebbe impossibile nel mondo globale difenderne civiltà, valori e modello di società e di sviluppo. Già oggi è un’estrema fatica. Se non ci fosse e non costituisse un patrimonio grande e prezioso, bisognerebbe comunque inventarla.

Eppure non piace né convince più l’opinione pubblica ed è vissuta con diffidente insofferenza, per ragioni diverse, da molti dei suoi Governi che pure sanno che distruggerla costerebbe un prezzo altissimo, proibitivo. Alla prova dei negoziati, Brexit ne darà dimostrazione concreta.

L’Europa ha garantito pace e benessere per oltre mezzo secolo. Con euro e mercato unico ha distribuito stabilità economica e monetaria a imprese e cittadini, libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, mini-tassi di interesse, mutui accessibili, voli low cost e tariffe ridotte dalla fine dei monopoli. E si potrebbe continuare.

Eppure il progetto è al punto di saturazione. Di crisi in crisi, eurozona, banche, migranti, terrorismo, instabilità alle frontiere, si è imbizzarrito: percepito come troppo invadente e ostile, accusato di carente legittimità democratica e di burocratismo parossistico è finito nel pantano dell’ingovernabilità e del ribellismo diffuso. Non sarà facile rimetterlo in marcia, restituirgli consenso popolare, efficienza interna e credibilità internazionale.

Vista l’irrisolta frattura di sempre tra chi ritiene risolutivo il passo verso l’unione politica e chi invece non intende andare oltre la cooperazione intergovernativa articolata sul collante del mercato, è risorta l’idea dell’Europa a più velocità, con possibile nucleo duro costruito intorno all’eurozona. Sponsorizzata da Germania, Francia, Italia e Spagna, il quartetto dei Grandi ansiosi di uscire dall’impasse.

L’AUMENTO «DI PESO» DEGLI ABITANTI AL PIL

In 60 anni, la Ue è passata da 6 a 28 membri, aggiungendo330 milioni di abitanti e aumentando di più di 7 volte il Pil

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La levata di scudi di tutti gli altri è seguita immediata e scontata, con il blocco dell’Est mobilitato contro nel timore di emarginazione, perdita di aiuti e nuove cessioni di sovranità in un’Unione trasformata nel campionato di serie A e B. Le critiche non sono mancate nemmeno dagli scandinavi. Al vertice di Bruxelles di due settimane fa è esploso il dissenso, con rapida retromarcia.

Nessuno vuole compromettere la precaria unità dei 27, che già sarà messa a dura prova dai negoziati di Brexit che inizieranno a fine marzo. Quindi la dichiarazione di Roma non preconizza cambiamenti radicali, si ferma alla codificazione del quadro giuridico esistente.

Integrazioni a più velocità sì, come è già successo con euro e Schengen e diritto di famiglia, e forse presto anche con la tassa sulle transazioni finanziarie e la procura europea, ma ricorrendo alle cooperazioni rafforzate per consentire ad avanguardie di Paesi di accelerare in alcuni settori (sicurezza e difesa, politica migratoria, sociale, armonizzazione fiscale, etc.) lasciando sempre la porta aperta a chi voglia aggiungersi in seguito. Salvaguardando così l’unità, almeno formale, di progetto e istituzioni comuni. E senza riformare gli attuali Trattati.

Nella sostanza, quindi, niente di nuovo. Il che non equivale a una precipitosa ritirata ma alla volontà di avanzare nel segno del realismo costruttivo. Senza strappi né voli pindarici.

Sulla sterzata continuista del Quartetto ha giocato di sicuro la fronda orientale ma anche la lucida consapevolezza che la coesione degli spiriti, degli interessi e delle ambizioni oggi latita ovunque nell’Unione, compreso nel nucleo duro dell’euro e della vecchia Europa.

Allora meglio non scavare troppo sotto la crosta dell’unità di facciata e aspettare tempi migliori: la fine della lunga stagione elettorale in Francia e Germania per cominciare. Probabilmente anche la conclusione nel marzo 2019 dei negoziati sul divorzio britannico: la cartina di tornasole per verificare la reale compattezza del club.

L’Europa avrebbe un bisogno urgente di voltare pagina, darsi un colpo di reni e riprogettarsi secondo una strategia di lungo termine come fa la Cina, semplificando struttura e processi decisionali, perseguendo un’integrazione molto più coerente, organica ed efficace dell’attuale. Ma le complessità culturali, le divergenze di sensibilità, di interessi e di ambizioni sono fatte apposta per resuscitare nazionalismi ed egoismi in tempi di crisi, e remare contro il superiore interesse comune, chiarezza, trasparenza e tempestività delle decisioni. Per questo la dichiarazione di Roma non è esaltante né rivoluzionaria, non è la svolta a misura dei problemi europei da risolvere che sarebbe necessaria. Ma se servirà a rimettere a poco a poco in circolo la perduta fiducia intra-europea aprendo davvero nuovi cantieri di integrazione, non sarà stata un esercizio inutile ma la prima pietra della nuova Europa.

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