Interventi

Ue, non è ancora il momento di rispondere ai dazi di trump

di Gianmarco Ottaviano


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(AdobeStock)

3' di lettura

In questi tempi di furore protezionistico globale le imprese italiane non possono dormire sonni tranquilli. Come se non bastasse la “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Cina, negli ultimi giorni si è riaperto il fronte atlantico. L’annuncio di nuovi dazi americani, che questa volta colpiranno l’Unione europea e in particolare il settore agroalimentare italiano, solleva tre domande sulla tempistica, sui danni e sul futuro.

Perché proprio adesso? L’offensiva commerciale degli Stati Uniti contro il resto del mondo è cominciata da un po’, già pochi mesi dopo l’insediamento del presidente Donald Trump alla Casa Bianca. La ragione di questa immediata bellicosità va ricercata nella convinzione dell’amministrazione americana che gli attuali accordi commerciali internazionali danneggino ingiustamente gli Stati Uniti: le amministrazioni precedenti non ci hanno saputo fare, sia a monte in sede negoziale che a valle in sede di attuazione di quanto pattuito.

Gli accordi attuali potrebbero anche andare in teoria, ma secondo la Casa Bianca ci sono Paesi (in primo luogo la Cina) che in pratica troppo spesso ne “approfittano”, violandone lo spirito al solo scopo di trarne un ingiusto vantaggio economico. Sempre in teoria ci sarebbe il tribunale multilaterale della World trade organization (Wto) per risolvere la questione, rimettendo quei Paesi in riga con il sostegno solidale di tutti gli altri membri. Ma l’amministrazione Trump sembra ritenere che metodi più sbrigativi, come l’imposizione unilaterale di dazi sulle importazioni, possano rapidamente indurre gli “approfittatori” a più miti consigli. In questo senso la Casa Bianca sembra considerare una posizione negoziale di partenza in cui i dazi già ci sono, più forte di quella alternativa in cui i dazi sono solo minacciati. In fin dei conti, l’approccio che “ripudia e rimpiazza” (“repeal and replace”) gli accordi commerciale esistenti ricorda molto la strategia di contrattazione celebrata dal presidente americano nel suo libro “Trump. L’arte di fare affari”.

Detto questo, in termini di relazioni internazionali le recenti misure annunciate contro l’Unione europea sono molto diverse dalla cosiddetta “guerra dei dazi” dichiarata dagli Stati Uniti alla Cina. Non sono il risultato di un’iniziativa unilaterale dell’amministrazione americana, che in quanto tale risulta “illegale” alla luce delle norme della Wto, ma l’esercizio “legale” di un diritto di rivalsa, sancito proprio da quelle norme, che permette a uno Stato membro di imporre dazi “compensativi” in risposta a un comportamento sleale e “illegale” di un altro Stato membro. In particolare, nella fattispecie i dazi compensativi da parte degli Stati Uniti sono stati ammessi come forma di compensazione per gli effetti distorsivi sulla competizione degli aiuti di stato di cui Airbus, il colosso europeo dell’industria aeronautica, ha goduto negli anni a danno del suo principale concorrente, il colosso americano Boeing.

Perché l’agroalimentare italiano? Con l’avallo della Wto, gli Stati Uniti possono scegliere liberamente i prodotti sui quali imporre i loro dazi compensativi fino a un valore complessivo di 7,5 miliardi di dollari. La scelta dei settori colpiti sembra essere ispirata dal desiderio di minimizzare i danni per l’economia americana, evitando per esempio di tassare le importazioni di altre eccellenze italiane come i macchinari e le apparecchiature che ben altra rilevanza hanno per l’industria d’oltreoceano. I dazi sono un’arma a doppio taglio, con la quale non si possono ferire gli altri senza ferire anche se stessi.

Che cosa succederà ancora? Dopo la sentenza della Wto contro l’Unione europea a favore degli Stati Uniti per il caso Airbus è ora attesa una sua decisione sul caso Boeing, nel quale le parti sono invertite con gli americani sul banco degli imputati e gli europei su quello dell’accusa. Il tema è nuovamente la concorrenza sleale dovuta agli aiuti di stato. Questa spada di Damocle spiega i segnali concilianti che arrivano da Washington su una possibile disponibilità a discutere delle modalità di implementazione dei dazi compensativi. Una disponibilità che va sfruttata. In questo momento sarebbe un grosso errore per l’Europa reagire unilateralmente, come qualcuno ha suggerito, reciprocando i dazi compensativi americani prima di conoscere il pronunciamento della Wto su Boeing. La ragione è che, mentre i dazi compensativi americani sono “legali”, la reazione protezionistica unilaterale europea sarebbe “illegale” e, in quanto tale, contribuirebbe a togliere ulteriore credibilità al meccanismo multilaterale di risoluzione delle dispute tra Paesi in seno alla Wto. Farebbe così il gioco della Casa Bianca, che della delegittimazione di tale meccanismo sembra aver fatto un cavallo di battaglia della sua politica commerciale internazionale.

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