credito e regole

Ue, risoluzione bancaria nel mirino di 650 cause

di Alessandro Plateroti


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4' di lettura

La «protesta» delle banche contro le regole e le procedure europee sui fallimenti bancari ha fatto un salto di qualità: con una sorta di manovra coordinata, tutte le grandi banche dell’eurozona hanno lanciato un’attacco giudiziario senza precedenti contro l’intero impianto di vigilanza, azione preventiva e risoluzione bancaria costruito dalla Bce e dall’Europa nel decennio post-crisi.Il numero e il valore delle cause, rivelate solo in parte dall’Eurosistema su richiesta formale della Corte dei Conti della Ue, è non solo impressionante, ma soprattutto emblematico della confusione regolatoria e dell’incertezza legale che ancora caratterizzano il progetto - peraltro incompleto - di Unione Bancaria europea: alla fine del maggio scorso, infatti, sono state censite ufficialmente oltre 650 cause e azioni legali contro l’Autorità unica di risoluzione e le altre istituzioni europee competenti in materia di vigilanza e crisi bancarie.

Ad alzare il sipario sull’inquietante scenario legale che incombe su alcune tra le più importanti riforme varate da Francoforte e Bruxelles in tema di stabilità bancaria è la Corte dei Conti Ue, asse portante del sistema di verifica della trasparenza amministrativa e dell’affidabilità contabile dell’eurosistema e dell’intera Unione. Pochi giorni fa, la Corte ha concluso infatti la relazione annuale sulle passività potenziali (accertate o definite probabili) a cui è esposto l’Eurosistema nell’applicazione delle procedure di risoluzione degli istituti a rischio di fallimento, mettendo così nero su bianco tutte le criticità irrisolte che pesano sulla credibilità e sull’autorevolezza del Comitato di Risoluzione, della Commissione Ue e del Consiglio europeo.

A parte il numero e il merito dei 650 conteziosi, uno degli aspetti più inquietanti che emerge dalla relazione della Corte è la fragilità e l’inconsistenza della struttura legale assegnata dall’Eurosistema al contenzioso generato dalle regole di risoluzione: a fronte di quasi 700 ricorsi e azioni giudiziarie lanciati dalle banche, il Comitato di Risoluzione ha solo sei avvocati assunti a tempo pieno per difendersi dalle accuse, un numero palesemente inadeguato rispetto alla dinamica del contenzioso. Forse anche per questo, la stessa Autorità di risoluzione non è stata in grado di fornire alla Corte una stima precisa delle passività potenziali legate alle cause a cui va incontro, di fatto, il contribuente europeo. Per avere un’idea delle cifre in gioco, basti pensare che sulle sole cause lanciate nel 2017 contro il sistema di calcolo e assegnazione dei contributi ex ante al Fondo di risoluzione unico, il Comitato prevede di pagare indennizzi alle banche per 1,4 miliardi di euro. A questa cifra dovrebbero poi aggiungersi altri 558 milioni di euro di passività potenziali generate dalle cause depositate fino al settembre 2018.

Ma questa è solo una parte della storia. La parte più critica della relazione riguarda infatti le passività miliardarie che rischiano di esplodere a spese dell’Eurosistema per effetto delle cause promosse dagli investitori internazionali contro l’unico intervento di risoluzione gestitito dal Comitato in base alle nuove norme sulle crisi bancarie: la liquidazione del Banco Popular Espanol. Nel giugno 2017, infatti, il Comitato decise la risoluzione della banca spagnola, provocando perdite per oltre 4,1 miliardi di euro ad azionisti e obbligazionisti subordinati. ripulito il bilancio, le attività residuali furono cedute al Banco Santander per appena un dollaro: la vendita degli asset, le svalutazioni e soprattutto i concambi di fusione hanno scatenato non solo l’ira degli hedge fund, ma anche di colossi come Goldman Sachs, che hanno avviato subito decine di cause e ricorsi. Nel complesso, 99 procedimenti sono stati intentati nel solo 2017 presso la Corte di Giustizia contro il Comitato di risoluzione unico e altre quattro cause sono state depositate a fine maggio 2018: alla fine del settembre scorso, tre di queste 103 cause sono state dichiarate «irricevibili» dal Tribunale Ue e quindi riavviate presso tribunali nazionali. Nel merito, alcuni ricorrenti affermano che il Comitato e la Commissione hanno causato l'illiquidità e la conseguente risoluzione del Banco Popular Español, che ci sono state violazioni del segreto professionale e una presunta fuga di informazioni da parte di un funzionario della UE: gli azionisti chiedono un indennizzo dei danni pari al valore di mercato delle azioni quotate del BPE alla fine di maggio 2017, che potrebbe anche essere superiore agli importi svalutati o convertiti nella risoluzione.

Alla fine di maggio 2018, dei 103 contenziosi, in 36 ricorsi è stato chiesto l'indennizzo per i danni asseriti a latere della richiesta di annullamento della decisione di risoluzione, mentre in nove casi sono state presentate domande di pagamento solo per i danni asseritamente subiti. Ma lo scenario è in divenire: poiché il limite temporale per presentare una domanda di risarcimento danni contro l'Unione europea per presunte responsabilità extracontrattuali è di cinque anni, altre cause potrebbero essere recapitate ai legali dell’Eurosistema.

    Ma nell’elenco delle cause contro l’intera filiera delle autorità amministrative e di vigilanza europea, figura un caso clamoroso i cui dettagli erano rimasti finora nell’ombra: i danni provocati al mercato e ai risparmiatori dall’incomprensibile decisione del Comitato unico di ignorare la richiesta della Bce (e della Fed americana) di sottoporre a procedura di risoluzione immediata la ABLV, la banca della Lituania travolta da uno scandalo internazionale sul riciclaggio di denaro sporco. La mancata risoluzione della ABLV (e della sua controllata del Lussemburgo ABLV Luxembourg) ha costretto la Bce a dichiarare la liquidazione coatta del gruppo ma sulla sola base delle procedure fallimentari lituane e lussemburghesi, non di quelle europee. Nel maggio 2018, come era prevedibile, al Comitato Unico sono state notificate le prime due cause intentate dagli investitori e dai creditori per i danni generati dalla diversità di trattamento fissate nelle due procedure.

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