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Ufirst, storia l’app anti-code nata dalla segreteria studenti di Roma Tre

Evitare la fila per entrare al supermercato grazie a un’app è diventato da subito indispensabile, in questi giorni di convivenza con la pandemia. Ma l’idea è nata prima

di Biagio Simonetta

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Evitare la fila per entrare al supermercato grazie a un’app è diventato da subito indispensabile, in questi giorni di convivenza con la pandemia. Ma l’idea è nata prima


4' di lettura

Se durante il lockdown abbiamo potuto prenotare l’ingresso al supermercato attraverso un’applicazione, è tutto merito delle code interminabili per accedere alla segreteria studenti dell’università di Roma Tre. Già, proprio così. Perché fare la fila non era il massimo, e l’allora studente Roberto Macina decise di inventarsi una app che potesse scaglionare gli ingressi semplicemente prenotandosi attraverso uno smartphone.

Un’idea semplice, alla quale però non aveva pensato nessuno. Così nacque “Qurami”, che oggi tutta Italia conosce come “Ufirst”, e che in questi giorni di cautela negli assembramenti, è diventata la terza applicazione più scaricata in Italia. Evitare le code per entrare al supermercato grazie a un’app è diventato da subito indispensabile, in questi giorni di convivenza con la pandemia. E il modello Ufirst è destinato a diffondersi a macchia d’olio: aeroporti, uffici, musei. Un po’ ovunque eliminare le code è ormai una necessità.

Ma torniamo alle origini. Era il 2012 quando Macina, ancora studente di ingegneria, diede la piattaforma all’Università di Roma: «A loro ho dato la licenza gratis finché non morirò, perché sono quelli che mi hanno dato la possibilità di provare il funzionamento dell’app», racconta sorridendo al Sole24ORE. Poi il passaparola ha fatto il resto: «Da Roma Tre fino alla Sapienza, alla Luis e a Torvergata».

E da lì «il solito percorso startupparo. Gli investitori e tutto il resto. Il team si è allargato e siamo arrivati nel 2018 ad avere circa 500 clienti sull’app per lo più in luoghi di servizi al cittadino, quindi parlo di ospedali di comuni, qualche banca, grandi o medie imprese alle quali abbiamo risolto il problema delle attese».

Il vero salto arriva nel 2016, quando alla WWDC di Apple, l’allora Qurami viene individuata da Tim Cook in persona come una delle app più interessanti. «Una specie di sogno. Quel giorno ho capito che se ci credi, le cose succedono. – racconta Macina - Quando fai startup cerchi sempre di porti obbiettivi molto grandi. Lì siamo andati al di là: un gigante come Apple ha riconosciuto il buono in ciò che facciamo. Noi abbiamo sempre pensato che la tecnologia sia uno strumento per migliorare la vita quotidiana. E infatti Ufirst fa esattamente questo, non è fine a se stessa ma utile soprattutto in questo momento di emergenza. Vedere che Apple riconosce il tuo lavoro, ti fa pensare che ne è valsa la pena, ma subito dopo sai che devi ripartire».

Nel 2018 il cambio brand: Qurami diventa Ufirst. «Abbiamo avuto l’occasione di salire su una barca molto più grande, in un’azienda più strutturata che completava il nostro percorso quindi il cambio brand ha consentito al team di Qurami di vedere i loro sforzi ripagati. Un passaggio importante, un primo momento di exit. Ora con Ufisrt puntiamo alla vera exit da startup».

Il modello che tiene in piedi Ufirst è B2b, e Macina sembra avere le idee abbastanza chiare: «La pandemia ha sicuramente cambiato le carte in tavola. Prima del coronavirus, a gennaio, avevamo lanciato un servizio nuovo, perché siamo sempre stati schiavi dei totem. Il nostro business lo facevamo sulla nostra app connettendo i vari totem. Poi abbiamo lavorato a un nuovo servizio in cloud che ci consentisse di svincolarci dal totem. Anche quando una persona non conosceva l’app Ufirst ma voleva mettersi in coda poteva farlo grazie ad un iPad che mettevamo in struttura. Stavamo lanciando questo prodotto, e poi è esplosa la pandemia. Il primo marzo contavamo circa 3mila utilizzi al giorno. Il 31 marzo, 150mila.

È stato questo il balzo. Oggi abbiamo 30/40 attivazioni al giorno. All’inizio del contagio, da una parte eravamo preoccupati: avevamo tutti i nostri utenti, ospedali, comuni chiusi. Ma dall’altra ci si è aperta la finestra del retail grande distribuzione. Avevamo provato molte volte a fare il passaggio nei supermercati, e infatti il prodotto che stavamo lanciando andava in quella direzione, per permettere anche ai piccoli retailer di diventare utenti Ufirst. Ma la differenza, spesso, non la fa la tecnologia ma il bisogno che hanno i tuoi utilizzatori di quella tecnologia. Faccio un esempio: noi da Esselunga ci andavamo anche prima a proporre la nostra App. Ma il bisogno di Ufirst nel periodo pre-covid non era così avvertito».
Per Macina, il punto di svolta di questa storia è stato l’ecosistema Apple, benché l’applicazione sia multipiattaforma (funziona anche su Android ndr): «Da una parte c’è una community di sviluppatori che è molto altruista, si scambia opinioni.

Dall’altra un’azienda come Apple che tiene agli sviluppatori perché più le app sono di qualità più iPhone prende valore. Recentemente abbiamo anche integrato la compatibilità con Apple Watch, così che chi sta in fila controlla le notifiche sulla sua prenotazione senza prendere l’iPhone. Abbiamo integrato anche l’Apple Login, per registrarsi facilmente. E stavamo lavorando all’integrazione con Siri, così da dire “Ehi Siri prendimi un biglietto per Esselunga”, prima che esplodesse la pandamia. Lo faremo. Oggi sull’App store siamo terzi per numero di download, dietro Zoom e TikTok. Un grande successo»

Ma come funziona il modello di business di Ufirst? «Ci sono delle royalty in base ai punti vendita. – racconta Macina - C’è una quota fissa, un contratto annuale con pagamento mensile. Questa soluzione va bene anche per i piccoli retail. Chiaramente più punti vendita abbini, più diminuisce il costo mensile».

E adesso Ufirst sogna di spiccare il volo oltre-confine: «Oggi - racconta il founder – il nostro business è prettamente in Italia. Ma questa emergenza ci sta dando l’occasione di guardare anche all’estero, perché le necessità sono le stesse. Stiamo lavorando con dei partner locali, sia in America Latina che in Europa. È l’occasione giusta per guardare all’estero, perché Ufirst era tra le poche app al mondo che offrivano un servizio del genere prima che arrivasse il coronavirus». Un servizio che in questa nuova normalità sembra essere indispensabile.

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