manovra 2020

Ultimo saldo per Imu e Tasi prima della fusione nel 2020

Lunedì 16 dicembre circa 18 milioni di proprietari e inquilini sono chiamati alla cassa. Attenti ai conguagli in caso di nuove delibere o situazioni variate nel corso del secondo semestre. Dall’anno prossimo è previsto l’accorpamento della tassa sui servizi indivisibili

di Cristiano Dell'Oste e Luigi Lovecchio


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4' di lettura

Ultimo appuntamento alla cassa per Imu e Tasi prima della “fusione” prospettata dalla legge di Bilancio per l’anno prossimo. Il saldo 2019 in scadenza lunedì 16 dicembre sarà probabilmente l’ultimo in cui circa 18 milioni di contribuenti, tra famiglie e imprese, dovranno calcolare e pagare i due tributi.

Obiettivo 10,1 miliardi
Partendo dal gettito dell’anno scorso, si può stimare che i Comuni e l’Erario incasseranno almeno 10,1 miliardi di euro (di cui 9,5 dall’Imu e 0,6 dalla Tasi).

Il conto a consuntivo, però, sarà un po’ più alto. In virtù della manovra firmata da Lega e Movimento 5 stelle, infatti, da quest’anno i consigli comunali sono liberi di votare aliquote più elevate ed eliminare sconti o agevolazioni. Intendiamoci: non ci sono rincari a tappeto, dato che in molte città il livello del prelievo è già al massimo. Ma Il Sole 24 Ore la scorsa primavera ha rilevato rialzi dell’Imu per almeno un tipo di aliquota in quasi un capoluogo su dieci (il 9,4%). E l’effetto si farà sentire proprio al saldo, secondo le regole Imu (applicabili anche alla Tasi):

1. l’acconto dello scorso 17 giugno – il 16 era domenica – avrebbe dovuto essere versato secondo le delibere comunali per il 2018, salva la possibilità di tenere conto già in quel momento di eventuali aliquote 2019 più favorevoli;

2. il saldo va pagato usando le delibere per il 2019 pubblicate sul sito del dipartimento delle Finanze entro il 28 ottobre (l’unico ad avere valore legale) e andando a conguaglio in caso di variazioni.

IL LIVELLO DEL PRELIEVO

Le aliquote Imu e Tasi previste per le diverse tipologie di immobili nel 2019 e in discussione con la manovra per il 2020. <span id="U20825317191oPH" style="font-family:'Sole Serif Text RgIt';font-weight:normal;font-style:italic;">Note: (*) Nei Comuni che applicano la maggiorazione Tasi dello 0,8 per mille; (**) Aliquota massima non prevista; (***) Esente</span>

IL LIVELLO DEL PRELIEVO

Il saldo di quest’anno è anche l’ultimo in cui gli inquilini e gli altri occupanti degli immobili – come i comodatari – devono versare la propria quota della Tasi (dal 10 al 30% secondo la delibera comunale; 10% se il Comune non ha deciso nulla in merito). Dal 2020 l’importo ricadrà sul proprietario, e ci sarà anche un rincaro, perché gli inquilini che usano la casa come abitazione principale dal 2016 non pagano la propria fetta di Tasi. L’effetto è stimato in 14,5 milioni dalla relazione tecnica al disegno di legge di Bilancio. Più in generale, sparirà anche la vaga idea di service tax rappresentata dalla Tasi come tributo sui servizi comunali indivisibili e ci sarà un prelievo di tipo puramente patrimoniale.

Alcuni contribuenti, in realtà, sperimentano il passaggio dalla Tasi all’Imu già al saldo 2019. Capita nei Comuni che quest’anno hanno azzerato la Tasi su alcuni tipi di fabbricato sostituendola con l’Imu. La maggior parte dei proprietari, comunque, deve ancora usare i codici tributo della Tasi (come il 3961 per gli «Altri fabbricati»).

E i codici non saranno dismessi per molto tempo, perché dovranno essere utilizzati dai ritardatari in caso di ravvedimento – ricordiamo che nei primi 14 giorni si paga solo lo 0,1% di sanzione in più al giorno – e nelle ipotesi di contestazioni da parte del Comune.

Aliquote massime invariate
Se tutto andrà secondo i piani e il Parlamento approverà la manovra così com’è ora, l’appuntamento con il saldo 2019 sarà il penultimo in cui i contribuenti dovranno decrittare le delibere dei Comuni, spesso scritte a “schema libero”, senza tabelle riepilogative e con allegati non di rado annotati o completati a mano.

È solo dal 2021, infatti, che gli amministratori locali dovranno inserire le aliquote in un’applicazione sul Portale del federalismo fiscale, che genererà un «prospetto delle aliquote» più leggibile. È rientrata, invece, l’ipotesi di una stretta per legge sulle “doppie” abitazioni principali possedute da coniugi in Comuni diversi, per le quali - peraltro - già oggi gli uffici tributi locali possono contestare l’assenza di dimora.

Quello che non cambierà nel 2020 sarà il livello massimo del prelievo. La nuova Imu avrà come limite il 10,6 per mille, che oggi rappresenta la somma massima di Imu e Tasi. Inoltre, verrà fatto salvo l’aumento dello 0,8 per mille applicato da circa 300 Comuni – tra cui Roma e Milano – che l’hanno introdotto nel 2015 e poi sempre confermato. In queste città il massimale rimarrà l’11,4 per mille.

Il nuovo tributo potrà essere azzerato, cosa oggi impossibile a livello normativo per l’Imu. Ma non è difficile prevedere che questa possibilità si rivelerà puramente teorica per la stragrande maggioranza dei sindaci. Al contrario, l’aliquota base della nuova imposta salirà dal 7,6 all’8,6 per mille. Scelta che non impedisce ovviamente gli sconti, ma che rischia di segnare un nuovo benchmark più elevato, per gli immobili tassati con il livello base.

Insomma, i proprietari continueranno a subire un tax rate più che doppio rispetto ai 9,2 miliardi del 2011, ultimo anno dell’Ici. Il tutto a fronte di prezzi medi delle abitazioni esistenti che l’Istat nel secondo trimestre 2019 ha misurato ancora in calo del 23,1% rispetto al 2011. Con il risultato che spesso in provincia si pagano i tributi immobiliari su valori catastali superiori a quelli di mercato.

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