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Un 8 marzo per tutte le donne che lottano

In tempo di guerra si ha l’impressione che ogni nostra battaglia di donne occidentali per la parità di genere sia quasi velleitaria. Ma non è così.

di Monica D'Ascenzo

(REUTERS)

2' di lettura

Marina Yatsko. L’8 marzo quest’anno ha i suoi occhi, il suo pianto e la sua maglietta bagnata di sangue. È la mamma di Kirill, 18 mesi, morto nei bombardamenti russi su Mariupol, la città in trappola nel sudest dell’Ucraina. Ma questo 8 marzo ha anche le urla di Tamana Zaryabi Paryani, l’attivista afghana che chiedeva aiuto in un video lanciato sui social poco prima di essere portata via dai talebani. Ha la sofferenza di Fariha, giovane yemenita che si dice rotta dall’interno e non si sente più un essere umano. Ha la schiena piegata di Karima al-Sheikh, che a 31 anni mescola sabbia e cemento per fare mattoni in un campo alla periferia di al-Dana in Syria. Ha il coraggio dell’artista ottantenne russa Yelena Osipova, arrestata in piazza dalla polizia perché protestava contro la guerra in Ucraina.

A qualunque latitudine si viva le immagini che arrivano dal mondo attraverso i media e i social rendono tutto estremamente vicino, tanto che è inevitabile sentire che ci riguardi anche l’affanno di salire su un treno sotto i bombardamenti per lasciare tutta la propria vita o l’angoscia di non poter studiare solo perché donne, come succede sotto alcuni regimi. Si ha allora l’impressione che ogni nostra battaglia di donne occidentali per la parità di genere sia quasi velleitaria. Noi che possiamo studiare, che possiamo sposare chi vogliamo, possiamo avere figli fuori dal matrimonio, possiamo abortire, possiamo candidarci alle elezioni, possiamo fondare un’impresa o fare i test per diventare astronauta. Ha senso ancora per noi la giornata internazionale dei diritti della donna? Ha senso e ancora di più oggi, anche e soprattutto per ciò che sta succedendo a 2 mila km da casa nostra. Lavorare per rendere realtà la parità fra uomini e donne nella nostra società vuol dire scendere al fianco di quante lo stanno facendo nel loro Paese. Conquistare le opportunità di carriera, la parità salariale, la rappresentanza politica e istituzionale vuol dire contribuire a costruire un pezzo di mondo diverso, che sarà in grado di accogliere e sostenere anche i cambiamenti in altri popoli. Vuol dire riuscire a portare nelle stanze del potere le istanze di donne che non hanno voce.

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Quanto ci sentiamo impotenti ogni giorno davanti a quelle donne che si caricano sulle spalle il peso di intere famiglie e la responsabilità del futuro del loro popolo, portando con sé bambini e anziani e andando incontro all’ignoto? C’è una cosa che possiamo fare ed è in nostro potere: costruire con ogni nostro gesto una società più equa, più accogliente, più inclusiva, più meritocratica, più giusta. Perché quando lottiamo per i nostri diritti, lottiamo per i diritti di tutti. Anche degli uomini.

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