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Un abbecedario contro i luoghi comuni sulla scuola

Il volume edito da Effequ di Simone Giusti, Federico Batini, Giusi Marchetta, Vanessa Roghi fa luce su molte delle mistificazioni che riguardano il nostro sistema di istruzione

di Roberto Gerace

(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

È una cosa che va di moda parlare male della scuola. Dietro un banco ci siamo stati tutti, chi poco e chi molto tempo fa, e ciascuno di noi può vantare almeno un figlio, un nipote o un cugino che ogni mattina si carica sulle spalle una cartella ed entra in una classe. La scuola è quindi un argomento passe-partout, un po' come il tempo. Solo che, mentre, quando parliamo di caldo o freddo, sole o pioggia, di solito stiamo a sentire i meteorologi, discorrendo di scuola quasi a nessuno viene in mente di rivolgersi a un esperto: anzi, al contrario, citare il parere di un pedagogista suonerebbe perlopiù offensivo o almeno fuori luogo.

Bisogna invece esprimersi con toni forti, possibilmente apocalittici, e generalizzare spesso: sui ragazzi che non leggono perché hanno gli smartphone, soprattutto, o sugli insegnanti che non bocciano. Bisogna rammentare con nostalgia un ricordo personale della scuola di una volta: le ginocchia sui ceci, la bacchetta, la predella, la maestra che non disdegnava gli schiaffoni, a scelta. Dire che per l'ISTAT la fascia d'età in cui si legge di più è tra gli 11 e i 14 anni sarebbe maleducazione, così come ricordare quel dato del MIUR secondo cui negli ultimi 15 anni hanno abbandonato la scuola quasi 3 milioni di ragazzi, molti dei quali evidentemente non credevano più di poter essere promossi. Queste sono solo alcune delle regole fondamentali di un galateo tutto italiano, molto di moda negli editoriali dei nostri quotidiani, che uno studioso qualche anno fa ha battezzato col nome di “vanverismo pedagogico”, ossia l'abitudine di pontificare sulla scuola senza cognizione.

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Niente però risulterebbe meno appropriato, secondo i canoni di un simile bon ton, che prendere sul serio il parere di un alunno. Che al centro dell'interesse di tutti ci siano i ragazzi è cosa ovvia. La scuola è fatta per loro. Ma per i discorsi sulla scuola è diverso… No, questi sono fatti per gli adulti. “Gli adulti fanno e disfanno la scuola ogni giorno, seduti in Parlamento o nelle loro auto, mentre accompagnano i figli alla prima ora di lezione. [...] Gli adulti stanno in cattedra, poi scendono e tornano a casa, mentre altri adulti rimettono in ordine le aule, oppure le ristrutturano, ne progettano di nuove, producono l'energia necessaria alla loro illuminazione. Politici, cittadini (contribuenti ed elettori), lavoratori, nonni, zii e genitori: la scuola è roba loro”.

È su questa constatazione che si apre La scuola è politica, il nuovo “abbecedario laico, popolare e democratico” dato alle stampe da Effequ, la cui prima voce è dedicata appunto alla parola Adulti. Giusto per precisare che, se ci piace ripetere che i nostri ragazzi sono tutti svogliati, ignoranti e brutti, allora sarebbe anche il caso di sentircene in buona parte responsabili. Si tratta di un libro impertinente, quello curato da Simone Giusti, innanzitutto perché raccoglie le voci degli esperti: lui e Giusi Marchetta fanno gli insegnanti, Federico Batini è un docente di Pedagogia sperimentale all'università, Vanessa Roghi una studiosa di storia dell'educazione.

È una sorta di saggio in forma di dizionario, insieme agile e autorevole, che bisognerebbe spacciare di contrabbando davanti ai cancelli delle scuole, infilandolo di nascosto nelle tasche di genitori, docenti e presidi. Molti dei luoghi comuni del dibattito attuale sulla scuola vi sono demistificati (vedi, tra le altre, la voce Qui pro quo), ma senza proporre ricette semplicistiche.

Accanto alla tensione utopica, così necessaria per chi lavora coi ragazzi (vedi alla voce Fantastica, la logica dell'invenzione vagheggiata da Rodari), vi si trova infatti molto pragmatismo: perché insegnare non è affatto una missione, ma una tecnica (voce: Tecnica), che, come tutte le tecniche, può anche fallire e fallisce, di fatto, tutti i giorni, lasciandosi dietro la sua scia di emarginati e di sconfitti, che preferiscono non rinnovare l'iscrizione, piuttosto che trascorrere, addormentati sul banco, altre duecento mattinate a sentirsi degli “zero” (voce: Zero).

La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico
Simone Giusti, Federico Batini, Giusi Marchetta, Vanessa Roghi
Effequ, Firenze, pagg. 208, € 15

Riproduzione riservata ©

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