MEDIO ORIENTE

Un abbraccio mette fine all’embargo contro il Qatar. Ma chi ha vinto? Doha o Riad?

I leader arabi del Golfo nel vertice in Arabia Saudita di martedì 5 gennaio metteranno fine all’isolamento del Qatar. L’embargo durato tre anni e mezzo ha però avvicinato il piccolo emirato all’Iran e anche alla Turchia

di Roberto Bongiorni

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I leader arabi del Golfo nel vertice in Arabia Saudita di martedì 5 gennaio metteranno fine all’isolamento del Qatar. L’embargo durato tre anni e mezzo ha però avvicinato il piccolo emirato all’Iran e anche alla Turchia


4' di lettura

Dopo qualche esitazione, i due rivali, muniti di mascherine, si sono abbracciati. L’unico contatto fisico concesso in un vertice, quello del Consiglio di cooperazione degli Stati del Golfo Persico, che potrebbe portare ad un nuovo assetto degli equilibri in Medio Oriente.
È sbarcato questa mattina ad al-Ula, cittadina dell’Arabia Saudita nord-occidentale, il giovane emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani. A riceverlo in persona il potente principe reggente saudita, Mohammed bin Salman.

Erano tre anni e mezzo che l’emiro del Qatar mancava all’appuntamento. Erano tre anni e mezzo che il suo piccolo emirato si trovava soffocato da un embargo totale, voluto dall’Arabia Saudita, a cui si erano allineate le altre monarchie del Golfo insieme all’Egitto. E come si è fatta portavoce dell’embargo, così Riad è stata il primo Paese ad annunciarne la sua fine.

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Se proprio ci deve essere un vincitore, questo non è l’Arabia Saudita del potente principe Mohammed bin Salman. Né lo sono gli Emirati Arabi Uniti. E neppure l’Egitto del determinato presidente Abdel Fattah al-Sisi. Ancor meno il piccolo Bahrein. La notizia della riapertura dei confini aerei, navali e terrestri da parte dell’Arabia Saudita nei confronti del Qatar, annunciata da parte del ministro degli Esteri del Kuwait, il vero mediatore insieme agli Stati Uniti, metterebbe fine ad un embargo durato tre anni e mezzo che tuttavia non ha mai ottenuto i risultati sperati.

Ha vinto Doha?

Comunque andrà, una cosa tuttavia appare evidente. Il piccolo ma ricchissimo emirato, Paese che, insieme all’Arabia, professa una delle forme più rigide dell’Islam sunnita, il wahabismo, non si è mai piegato. Ha resistito a lungo, e probabilmente lo avrebbe fatto ancora. Forse per questo le monarchie del Golfo, unite nel decretare l’embargo il 5 giugno del 2017 accusando Doha di avere rapporti con l’Iran e di sostenere il terrorismo internazionale, hanno preferito provare a risolvere le ostilità diplomatiche.

Poteva andare molto peggio per l’emirato del Qatar, una piccola penisola che si affaccia di fronte all’Iran, divisa da un mare che custodisce il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Guidata dal giovane emiro Tamim bin Hamad al-Thani, succeduto al padre nel 2013 a soli 33 anni, il Qatar è davvero ricco. È uno dei Paesi con il Pil pro capite più alto al mondo ma, al di là delle esportazioni di greggio e gas, importa quasi tutti i beni che consuma. Poteva restare a corto di generi alimentari, e quasi ogni tipo di bene di consumo.

Ma in Medio Oriente vige sovente il motto che il nemico del mio nemico è mio amico. E così la Turchia di Erdogan, grande rivale degli Emirati, e con rapporti più che difficili con Riad, è subito corsa in aiuto di Doha, con cui condivide l’aperto sostegno al movimento della Fratellanza musulmana. Ankara ha subito inviato navi cariche di derrate, ma anche militari.
Anche l’Iran non è stato a guardare. E così ha stretto ulteriormente i legami con il piccolo emirato, intensificando i voli ed il commercio. In altre parole, l’embargo ha ottenuto i risultati opposti.

La nuova dottrina Trump in Medio Oriente

Si torna dunque al 2017? Solo pochi mesi dopo il suo insediamento, Donald Trump compì il suo grande passo in Medio Oriente. Grazie anche alla fitta tela di relazioni diplomatiche cucite dal suo genero e consigliere, Jared Kushner, Trump sbarca a Riad. Viene accolto in pompa magna da Mohammed bin Salman. I due stringono un’alleanza a 360 gradi. Economica, con future grandi commesse, ma soprattutto viene finalizzata una serie di contratti di fornitura di armi per oltre 100 miliardi di dollari. Il tutto ruotava su un grande perno: la volontà di isolare l’Iran, stroncare le sue iniziative militari nella regione, soprattutto in Yemen ed in Siria, mettere in ginocchio la sua economia. E, per quanto l’obiettivo non fosse ufficiale, cercare di rovesciare il regime.

Tre anni e mezzo di embargo e gli ultimatum

Grazie dunque all’alleanza di ferro con gli Stati Uniti, e ai tanti interessi in comune, pochi giorni dopo la visita di Trump venne annunciato un embargo aereo, terrestre e navale. Il fine? Mettere una volta per tutte fine alle “pericolose” attività del Qatar, grande sostenitore del movimento islamico dei Fratelli musulmani che fa tanta paura a Riad, a Dubai ma anche al Cairo. Punirlo per presunti legami con il terrorismo internazionale. In ogni caso cercare di stroncare i suoi rapporti con il grande nemico del mondo arabo sunnita: l’Iran. E così l’alleanza anti-Iran, a cui partecipano Riad, Dubai, il Cairo ed il piccolo Bahrein, Paese a maggioranza sciita ma governato da una monarchia sunnita, nasce e continua nonostante l’irritazione degli Stati Uniti (che non vogliono perdere un prezioso e ricco alleato arabo e gettarlo nelle mani dell’Iran).

Usa-Arabia: un’alleanza necessaria ma fragile

L’ultimatum dettato a Doha era praticamente inaccettabile sin dall’inizio: tra i suoi punti vi era perfino l’interruzione dei rapporti con l’Iran, la fine del sostegno agli islamisti e la chiusura della tv panaraba Al Jazeera. Il braccio di ferro continua. L’Arabia Saudita non vuole mollare, nonostante le insistenze della Casa Bianca di avviare un dialogo. D’altronde, per quanto necessaria, l’alleanza tra Washington e Riad, forgiata nel 1945 dal presidente Franklin Delano Roosevelt e dal sovrano Ibn Saud (petrolio in cambio della protezione americana) è sempre stata fragile, quasi ambigua. Messa a durissima prova dagli attentati alle Torri Gemelle.

Alla fine ha prevalso il pragmatismo. Uno storico vertice tra i leader del Golfo Persico. Non è una coincidenza che l’annuncio della normalizzazione dei rapporti con il Qatar sia arrivata alla vigilia del vertice tra i leader arabi del Golfo, che si terrà proprio in Arabia Saudita. L’Egitto aderirà alla fine dell’embargo solo dopo che verranno risolti alcuni punti. Gli Emirati non hanno ancora sciolto ufficialmente le riserve ma dovrebbero essere favorevoli.
Sarebbe dunque un grande passo in avanti. A pochi giorni dall’insediamento del neo presidente americano Joe Biden. Un uomo che ha sempre guardato con diffidenza la nuova geopolitca in Medio Oriente.

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