La Global tax approvata dal G20

Un accordo che cambia i princìpi della fiscalità redistribuendo il gettito

di Carlo Galli

(REUTERS)

3' di lettura

L’accordo del G20 sulla fiscalità internazionale, reso possibile dalla partecipazione degli Stati Uniti, ha ottenuto l’adesione di 130 Paesi (dei 139 che hanno aderito all’inclusive framework dell’Ocse/G20). È un accordo storico, destinato a riformare princìpi della fiscalità internazionale applicati per quasi un secolo.

L’accordo prevede due elementi chiave da attuarsi dal 2023:

Loading...

1 il riconoscimento di nuovi poteri impositivi sulle maggiori multinazionali agli Stati in cui si trovano (solo) gli utenti/consumatori, che potranno tassare parte degli utili eccedenti il 10% del fatturato (pillar one), a cui conseguirebbe l’abrogazione delle digital tax nazionali proliferate negli ultimi anni;

2 l’assoggettamento delle multinazionali con oltre 750 milioni di euro di fatturato consolidato a un’imposizione sugli utili societari (minimum tax) «non inferiore» al 15% (pillar two).

Chi auspicava di far pagare molte più tasse alle multinazionali rischia di rimanere deluso. In primis, l’esclusione dei settori finanziario, estrattivo e marittimo comprime la portata della riforma. Per i settori interessati, applicando un’aliquota minima del 12,5%, l’Ocse aveva stimato il maggior gettito globale annuo in circa 50-80 miliardi di dollari. Se l’aliquota al 15%, proposta dagli Stati Uniti, farà crescere le stime, solo un’aliquota maggiore potrà avere effetti apprezzabili sul gettito complessivo. Fissando il minimo al 21%, si stima un maggior gettito per gli Stati Ue pari a circa 100 miliardi di euro (170 miliardi, portandola al 25%).

Ciò che muterà è la distribuzione del gettito. Gli accordi sulla tassazione internazionale mirano a ripartire il potere impositivo tra Stati più che ad aggiungere nuove imposte. A oggi, i princìpi condivisi di distribuzione della potestà impositiva postulano l’attribuzione della potestà tributaria agli Stati in cui si trovano i fattori produttivi (beni e personale) e, in ultima istanza, a quelli che ospitano le case madri delle multinazionali. Lasciando poco o nulla agli Stati che sono solo “mercato” (come, nell’economia digitale, l’Italia).

Ma quali Stati beneficeranno di questa redistribuzione? Nell’assetto che conseguirà all’accordo del G20, il pillar one porterebbe una piccola fetta di una torta complessiva poco più grande agli Stati in cui si trovano gli utenti/consumatori, comprimendo il prelievo che spetta agli altri Stati (in applicazione dei meccanismi per l’attenuazione della doppia imposizione). Quanto al pillar two, fatte le debite approssimazioni, per le multinazionali interessate che scontano già un’aliquota media superiore al 15%, il nuovo sistema non comporterebbe un aggravio rilevante. Tra gli Stati, continueranno a essere favoriti quelli che ospitano le case madri delle multinazionali, che potranno applicare le imposte eventualmente necessarie a raggiungere l’aliquota minima e riassorbire eventuali vantaggi conseguiti dal gruppo in Stati a bassa fiscalità. Più alta sarà l’aliquota minima, maggiore sarà il beneficio per questi Stati.

Considerando che buona parte delle multinazionali interessate ha la casa madre negli Stati Uniti, è facile prevedere che saranno questi ultimi ad assicurarsi il maggior gettito netto, compensando la perdita generata dal prelievo da parte degli Stati “mercato” in attuazione del pillar one, che finirà per colpire prevalentemente multinazionali americane. Gli Stati come il Regno Unito, che ospitano varie multinazionali interessate e hanno anche un’imposta digitale funzionante, ne uscirebbero sostanzialmente in pari con l’aliquota minima al 15%, mentre produrrebbero maggior gettito all’aumentare dell’aliquota. Gli Stati additati come fiscalmente troppo generosi, come l’Irlanda (che non ha aderito, insieme a Cipro, Estonia e Ungheria), potrebbero reagire aumentando la propria aliquota interna al livello dell’aliquota minima, per non lasciare il gettito del conguaglio agli Stati che ospitano le case madri delle società irlandesi.

Quanto all’Italia, è probabile che l’effetto netto sia favorevole all’Erario. Come Stato che ospita utenti/consumatori, è ragionevole attendersi un aumento del gettito dal pillar one. Il sacrificio dell’abbandono della web tax nazionale, utile più alla politica che all’Erario, non peserà. La tassazione interna sulle multinazionali italiane non dovrebbe risentire degli effetti del prelievo negli Stati “mercato” esteri, mentre la minimum tax (pillar two) sulle multinazionali italiane non dovrebbe portare benefici se attuata con aliquota inferiore al 20%, considerando che quella effettiva media sugli utili societari in Italia è di poco superiore al 20 per cento.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti